Finimondo, intervista a Red

more about "Finimondo, intervista a Red", posted with vodpod

Rutelli addio?

rutelliIn un breve e interlocutorio incontro martedì sera con i parlamentari di “area democratica” che ne hanno sostenuto la candidatura a segretario, Dario Franceschini ha detto che il Pd dovrebbe fare di tutto per evitare che Francesco Rutelli lasci il partito, se non vuole rinnegare l’ispirazione libera e plurale che ne ha contraddistinto la nascita. Buon proposito. Ma, direi, a due condizioni: 1. che si dica e si riconosca chi è Rutelli; 2. che si dica che cosa il Pd dovrebbe fare per trattenerlo.

Sul primo punto. Il riguardo dovuto alle posizioni di Rutelli ed il riconoscimento che soltanto gli stupidi non cambiano mai idea, non dovrebbero esimere nessuno da una schietta e severa disamina del suo percorso. Perciò è bene ricordare che il Rutelli che oggi predica l’uscita dal bipolarismo è lo stesso Rutelli che fu candidato premier bipolarista nel 2001. Ed è lo stesso Rutelli che, da Presidente della margherita, fu aspramente contro l’Ulivo nel maggio del 2005, ma pure a favore del Partito democratico, ancorché in chiave anti-ulivista, il giorno dopo la festa democratica dei 4,5 millioni di partecipanti alle primarie del 2005. Ed è sempre lo stesso Rutelli che nel predicare un Partito democratico giustamente libero da collateralismi cooperativistici o bancari praticava, a mio modesto parere, programmatiche subalternità a poteri confindustriali ed ecclesiastici. Ed è sempre lo stesso Rutelli che, vice-premier del governo Prodi II, minava la base della maggioranza con “coraggiosi” annunci di “alleanze di nuovo conio” da realizzarsi nel  futuro imminente. Un futuro che il Rutelli diventato “bipartitista” immaginò di vedere realizzato nel Pd di “conio veltroniano”? Non saprei. So che nel Rutelli di oggi come in quello di ieri si intrecciano linee contraddittorie che lo portano ora dire che l’avvenire (quello del Paese, beninteso, al quale lui adatterebbe, immagino con spirito di servizio ed abnegazione, il futuro suo) è oltre il bipolarismo e oltre la divisione destra-sinistra, nel centro moderato e nell’unione dei “migliori”. Non trovo queste idee particolarmente originali. Si ripresentano sempre nei momenti di crisi. D’altra parte il bipolarismo italiano è oggetto di contrasto non da oggi: dalla presunta crisi di sistema proclamata da Marco Follini, allora segretario dell’Udc, all’indomani delle elezioni europee del 2004 (preludio della legge elettorale “porcata”) fino al convincimento che la crisi del centrosinistra, nel gennaio del 2008, coincidesse con l’implosione del sistema bipolare. Se queste sono le premesse e se questo è il Rutelli con il quale il Pd deve fare i conti, bisogna interrogarsi su ciò che il partito dovrebbe fare per trattenerlo.

E vengo così al secondo punto del ragionamento. Il Pd potrebbe fare tre cose, di cui , a mio avviso, soltanto la terza merita di essere presa in considerazione: 1. potrebbe battere sui tasti della mozione degli affetti e delle ideali consonanze, destinata però a cadere nel vuoto in un quadro dominato da un professionismo consapevole che esclude sentimenti ed emozioni; 2. potrebbe aprire un “negoziato”, che non potrebbe che sfociare in un discorso di organigrammi, magari facendo leva sulla filosofia che ebbe a enunciare il tesoriere della Margherita, in occasione di un rassemblement rutelliano durante le ultime primarie, vale a dire che i voti non sono mai gratis. Ma mi pare tardi perché questa strada possa essere ancora percorsa, al di là del fatto che questa via possa essere considerata umiliante e mortificante per entrambe le parti potenzialmente contraenti; 3. potrebbe rilanciare una iniziativa politica che confermi come la scelta strategica del Pd resti avversa alla costituzione ed al rafforzamento del “centro” come luogo di un soggetto politico autonomo. E’ soltanto così si che, a mio avviso, si potrebbe scoraggiare Rutelli dal lasciare il Pd. Certo, se fosse vero, come si legge in alcuni retroscena di questi giorni, che una delle prime iniziative a cui pensa la nuova segreteria del Pd è la presentazione ufficiale di una proposta di legge elettorale alla tedesca, basata sulla proporzionale di partito, non c’è dubbio che Rutelli sarebbe incoraggiato ad andarsene non una ma tre volte. Che senso avrebbe infatti confermare la scelta compiuta in ragione della nascita di un partito plurale e programmatico, pensato per il bipolarismo ed il maggioritario,  quando questo partito si prodigasse per dare vita ad un sistema proporzionale organizzato intorno a tanti partiti identitari? Così come, a corollario del ragionamento, si potrebbe chiedere al nuovo segretario – e a taluni suoi suggeritori – che senso abbia oggi parlare di ulivo, quando questo termine, anziché evocare la prodian-parisiana “coalizione densa” per il biopolarismo e il maggioritario, diventa sinonimo di alleanze di ispirazione demitiana?

Ognuno può rispondere da solo. Tuttavia è su questo terreno che l’”area democratica” che vuole “trattenere” Rutelli, dovrebbe, a mio avviso, incalzare e chiedere conto a Pierluigi Bersani.

Se poi, come molti sperano e molti temono, salteranno gli argini del bipolarismo, allora comincerà a tutti gli effetti un’altra storia e le scomposizioni e le ricomposizioni non riguarderanno solo il Pdl e la destra ma anche il Pd e la sinistra. Ed allora, a giudicare il progetto democratico non soltanto “incompiuto”, ma, anzi, “fallimentare”, e a prendersi le conseguenti libertà, in termini di scelte e di alleanze, mi azzardo a scommetterci, non sarebbe soltanto Rutelli.

Roma, 28 ottobre 2009

Bersani e l’ombra dell’Ulivo. Risposta a Franco Monaco.

Caro Franco,

il tuo intervento sul congresso del Pd (L’Unità, 22/10/09), mi spinge a riflettere sulle ragioni che mi hanno portato a conclusioni diverse dalle tue, pur partendo da una comune base “ulivista”. Tu spieghi bene e convincentemente tanto le ragioni di apprezzamento quanto quelle di dissenso dalla proposta di Ignazio Marino. Le condivido pienamente. Altrettanto bene enunci i limiti, i difetti e i motivi di delusione associabili alla candidatura di Dario Franceschini: la sua elezione plebiscitaria all’assemblea di febbraio, l’eredità pesante della linea del Lingotto, la correzione di fatto della linea “irenica”  di Veltroni, attuata tuttavia nella impossibilità di dichiararla se non a condizione di sottoporre ad uno scrutinio severo ed onesto gli errori compiuti dal Pd nel suo primo anno di vita (cosa che sarebbe stata, come bene osservi, decisamente “imbarazzante”).

Non mi convince, invece, la fiducia che tu accordi alla proposta politica di Pierluigi Bersani. Non mi convince sia perché mi dice davvero poco il suo richiamo al “cantiere dell’Ulivo”, sia perché le risposte date da Bersani alle due priorità da te avanzate come criterio di scelta (“cambiare linea e guida del Pd e dotarsi di un partito vero”) mi paiono ben lungi dall’essere condivisibili. A me pare che Bersani, legittimamente ed onestamente, non ci proponga affatto una riedizione dell’Ulivo, ma ci prospetti piuttosto un modello di alleanze e di sistema politico assai diverso dall’ispirazione ulivista. Rileggendo il suo discorso alla Convenzione dell’11 ottobre, rilevo che Bersani parla di tre compiti per il partito: “rinnovare e rafforzare noi stessi; riaprire il cantiere dell’Ulivo con movimenti politici e civici disposti ad un dialogo con noi; lavorare per un quadro ampio di alleanze politiche”. Mi permetto appena di notare che il “cantiere dell’Ulivo”, circoscritto a “movimenti politici e civici”, è ancillare e secondario rispetto al quadro principale delle “ampie alleanze democratiche e di progresso” su cui Bersani intende impegnarsi. Se a questo aggiungiamo la scelta di Bersani per il cosiddetto “parlamentarismo razionalizzato” che ha nel sistema tedesco (inclusa legge elettorale) e in una restaurata “democrazia dei partiti” il suo punto di riferimento, nonchè in Massimo d’Alema il principale sostenitore, allora mi pare che si possa concludere che, se non siamo agli antipodi dell’Ulivo, certamente siamo su un piano lontano e distante dall’approccio ulivista.

Approccio che, a mio avviso, consiste nell’impegno per un sistema politico bipolare e maggioritario, fondato su soggetti  politici tra loro alternativi (siano essi coalizioni di partiti o partiti-coalizione) e che affida al cittadino elettore la scelta, con il voto, di maggioranza, governo e leader. Lascerei stare la distinzione un po’ speciosa che viene fatta tra bipolarismo e bipartitismo. Ora, tu dici che la vittoria di Bersani non comporta di per sé la rinuncia al bipolarismo né che il partito che lui ha in mente debba per forza eliminare le primarie per la scelta del segretario. Io sono meno ottimista di te. Mi sembra che il partito che Bersani ha in mente possa esistere meglio senza primarie per il segretario e possa avere un futuro anche in un sistema politico proporzionale e multipartitico.

Tu, caro Franco, non ignori i rischi e le derive del rapporto privilegiato con il “centro” (leggasi UDC) che a me sembra di vedere affiorare nella linea bersaniana. L’Ulivo era un’altra cosa: l’idea di una coalizione coesa e non reversibile che tendeva a farsi partito. Ciò detto, mi sembra anche, tuttavia, che la stagione dell’Ulivo possa dirsi conclusa. Il Pd, che ci piaccia o no, e a me per molti versi non è piaciuto, ha segnato un punto di non ritorno. E che questa “fine” sia avvenuta nel segno del “compimento” o del “tradimento” non cambia la realtà da affrontare ora.

Io, come te, ho avversato e criticato la linea di Veltroni della  “nuova stagione” e della “discontinuità” (condivisa da Franceschini e, ahimè, anche da tutti quelli che tu ora desideri vedere alla “guida” del Pd, compresa Rosy Bindi, che si allineò al “gruppone” di maggioranza subito dopo la corsa delle primarie).  Io, come te, ho considerato sbagliata quella linea basata sull’idea che il Pd potesse nascere e vincere distinguendosi dal governo, rilanciando la proporzionale, separandosi  in modo consensuale da Bertinotti e cercando velleitariamente un accordo con Berlusconi. Anche se poi, andando a fondo del ragionamento, mi sono detto, e l’ho scritto, che dovrebbe essere oggetto di un esame critico anche il comportamento del Governo ed il suo rapporto con il Pd. Un governo che, ben consapevole delle difficoltà della coalizione, ha cercato di proteggersi dalla politica anziché cercare di assumerne la guida lasciando che si aprisse un vuoto che ha finito per essere colmato in modo dannoso per tutti. Il cortocircuito tra Pd e Governo è stato devastante. Tanto da potere dire che il Pd non ritroverà la credibilità perduta se prima non farà un esame approfondito del fallimento dell’ultima esperienza di governo.

Tenuto conto di  questo quadro di riferimento, concludo dicendo che la decisione da prendere alle primarie non debba essere orientata  dal comprensibile desiderio di sanzionare, ancorché a posteriori, gli imperdonabili errori di Veltroni e di chi lo ha assecondato, ma debba misurarsi con quel po’ di proposte che ci vengono avanzate per il futuro. In questo senso, a me sembra che la scelta alle primarie riguardi opzioni alternative sulla forma-partito e sull’assetto del sistema politico: qui abbiamo qualcosa su cui decidere e su cui fare valere l’ispirazione “ulivista”. Senza fare sconti a nessuno sulle cose dette e fatte in passato, io mi sento perciò di confermare la mia “scommessa” su Franceschini. E, direi, per le stesse ragioni “uliviste” da cui, caro Franco, parte  la tua riflessione: per il bipolarismo, per il partito aperto delle primarie, per la conferma del potere degli elettori di scegliere maggioranza, governo e leader.

Questo non è tutto, lo riconosco, e mi sarebbe piaciuto che si ragionasse di più sul rapporto partito-istituzioni e su diverse altre cose. Ma almeno quegli impegni Franceschini li ha presi e ha promesso di mantenerli. Non mi pare che Bersani abbia fatto la stessa cosa.

Nigerian Speaker of the House speaks to Italian Parliamentarian Oct. 15, Nigerian Speaker of the House speaks to Italian Parliamentarian Oct. 15, 2009 as p…

Bersani, tu quoque…

(pubblicato su Europa il 13 agosto 2009)

Caro direttore,

partecipo alla vicenda congressuale del Pd con interesse ma con moderata passione, pur avendo dichiarato la mia “scommessa” per Franceschini in un breve saggio che il tuo giornale ha avuto la cortesia di pubblicare. Ora, i manifesti di Bersani affissi in questi giorni sui muri di Roma, mi hanno sollecitato un paio di osservazioni che non riesco a tenere per me. Eccole.

Pierluigi Bersani lancia la sua candidatura a Segretario del Pd con un manifesto che associa il suo volto, maturo e rassicurante, a un verso di Vasco Rossi: “un senso a questa storia”. Il messaggio è incompleto, immagino volutamente. Tocca a chi legge ricomporre la strofetta della canzone dell’interprete di “bollicine”, originario dell’Appennino modenese. Strofa che esattamente fa: “Voglio trovare un senso a questa storia/Anche se questa storia un senso non ce l’ha”. Le citazioni parlano per se stesse, per il testo dal quale sono tratte e ci rivelano qualcosa anche su chi le utilizza. Che cosa ci dice allora la citazione di Vasco Rossi? Se non interpreto male, ci dice che Bersani ritiene che la vicenda del Pd sia stata, finora, almeno finora, una storia senza senso e che lui pensa di essere in grado di darle, finalmente, un senso. Mi pare che mai sia stata pronunciata stroncatura più radicale della breve storia del Pd. Stroncatura che va ben oltre le critiche pure ben presenti nel discorso che Bersani ha pronunciato all’Ambra Jovinelli e nella mozione che porta il suo nome.  C’è una discrasia tra la liquidazione senza appello della vicenda del Pd (finora), a cui allude il manifesto, e il ragionamento pieno di distinguo dei discorsi e dei testi scritti di Bersani. Così che non si sa se dare più credito al  messaggio della canzonetta o al resto. Comunque, le due cose, più che sostenersi a vicenda fanno cortocircuito. Ma se la citazione di Vasco Rossi è la classica “voce dal sen fuggita”, allora le tesi bersaniane andrebbero approfondite e spiegate alla luce di questo squarcio di verità.

Non mi accontenterei di una scrollata di spalle o di una risposta che riduca il tutto a una battuta di spirito più o meno riuscita. Insomma, ci vorrebbe meno reticenza. E anche meno auto-assoluzione perché se il “veltronismo” (criticato nella prima parte della mozione Bersani) ha prodotto danni politici seri (al nascente Pd, all’Unione e al Governo Prodi) è pur vero che Veltroni fu sostenuto da Bersani e da quasi tutti coloro che ora appoggiano quest’ultimo (eccezion fatta per Bindi e Letta che, tuttavia, si associarono a Veltroni  subito dopo il plebiscito che lo incoronò segretario). Non c’è critica migliore di quella che parte da se stessi. Vale per tutti. Tutti i candidati segretari. Vale per chi propone se stesso, come fa Bersani con il suo manifesto, come un  demiurgo (attributo però piuttosto “veltroniano”) che deve guadagnarsi una fiducia molto forte che soltanto la sincerità e la verità possono generare.

L’altra osservazione che mi viene in mente di fare è che Bersani, come tutti , è figlio del proprio tempo. E che come tale si comporta, magari non del tutto consapevolmente e anche in contrasto con l’idea di partito solido e di segretario quadrato che vuole dare di se. La citazione del cantautore è così ovvia e generazionale, che viene quasi da non interrogarsi sul suo senso. Ma perché non farlo?

C’è l’intenzione di trasmettere un’idea di spigliatezza e di spontaneità che faccia da antidoto a quel non so che di serioso e di pesante che è associato al politico di professione e al mestiere del governo? Forse. Ma nel volere uscire da un cliché si finisce dentro un altro cliché. La citazione “leggera” ammicca ad un’educazione sentimentale e ad un corpus di esperienze che condividono tutti coloro che sono cresciuti nel tempo della televisione e delle canzonette. Volendo dare un senso a tutto  questo, io mi chiedo e chiedo a  Bersani due cose:

1. perché Vasco Rossi e non un altro, perché quel testo di smarrimento e insensatezza e non un testo di speranza e di impegno?

2. perché schiacciarsi sull’effimero senza luogo e senza storia della musica leggera, quando si ha in mente di riallacciare un filo identitario con un secolo e mezzo di lotte per la democrazia e per l’emancipazione sociale? Chissà perché un secolo e mezzo? Perché non partire dalla rivoluzione francese o dal messaggio cristiano? Comunque. Volendo fare una citazione, non era meglio cercare nel Canzoniere del movimento operario o, perché no, tra i salmi delle scritture? Di più: non era questo il momento giusto per rompere con la moda delle canzonette che ci accompagna da qualche lustro, dalla “Canzone popolare” alla più recente “Mi fido di te”?  Mi sembra che la citazione di Vasco Rossi contraddica in modo più profondo di quanto non appaia a prima vista il doppio messaggio che Bersani intende proporre: avverso da un lato al veltronismo e proteso dall’altro al recupero di una identità che affondi le proprie radici nella storia.

YouDem.tv – Video: 29/07/2009 Home Page con Mario Barbi

Lettera a me stesso

Scommetto su Franceschini, per un partito-aperto

Parto dalle fine. Scelgo Franceschini. O meglio: scommetto su Franceschini perché ritengo che la sua proposta congressuale tenga viva l’opzione del partito aperto ai cittadini in una prospettiva che, riprendendo di fatto l’ispirazione coalizionale ulivista, potrà dare forma compiuta al campo del centrosinistra in un sistema politico bipolare rafforzato da una legge elettorale maggioritaria che restituisca ai cittadini la scelta degli eletti e ne confermi il potere di decidere le maggioranze di governo. E’ una scelta che non mi è personalmente facile, dopo tutte le critiche rivolte alla leadership ed alla linea politica di Veltroni, ma che faccio, mosso dalla convinzione che solo concentrando il giudizio sulle proposte dei singoli candidati (prescindendo quindi dal “sentimento” di prossimità per la compagine dei sostenitori, variegata ed eterogenea in ogni campo) sia possibile superare la tentazione della rinuncia e partecipare alla discussione con intento costruttivo. E’ dunque in questo spirito di gratuità e di amicizia verso tutti i candidati che svolgo alcune riflessioni sul Pd, augurandomi che possano essere utili non solo a spiegare la mia scelta, ma che possano anche dare anche un contributo al dibattito congressuale.

Il Partito. Forma-partito e sistema politico non sono tutto, ma rinviano in modo significativo all’idea di repubblica che abbiamo. Questo nesso, pensato come un motore riformatore, mi sembra fondamentale. Io immagino un partito al servizio delle istituzioni democratiche della repubblica e non viceversa. Non una repubblica dei partiti, ma un partito della repubblica. Un partito per una repubblica con istituzioni forti e con poteri divisi e responsabili, a partire dai poteri legislativo ed esecutivo (guarderei agli Stanti Uniti). A questo, finora, abbiamo soltanto alluso. Il Pd dovrebbe avere più coraggio. Anche per questo la scelta della forma-partito è importante. Si è parlato molto male dello statuto. Certo, è un compromesso. A suo tempo ne criticai la natura “ibrida”. Tuttavia credo che oggi quello statuto vada difeso e applicato. Non mi sento quindi di aderire a proposte che non confermino la scelta del segretario da parte degli elettori e che non considerino sufficiente l’attuale riconoscimento agli iscritti di un diritto che già li distingue dagli elettori del partito su un punto qualificante, vale a dire l’elettorato passivo. Un partito degli iscritti, chiuso agli elettori, o strumentalmente aperto, nel senso di considerarli un pubblico da mobilitare per mettere in scena forme di partecipazione guidata, è filosofia che non condivido. Il tema delle primarie è quello della partecipazione-decidente che è altra cosa della rappresentazione-partecipante. Quindi: un partito aperto, degli iscritti e degli elettori. Ma anche un partito non correntizio, adottando misure che favoriscano la coesione politica delle proposte quale potrebbe essere una norma che non autorizzi che ad un candidato siano collegate più liste. Un partito flessibile, infine, capace di aprirsi ed allargarsi anche ad altre forze, o di fare alleanze, adattando i propri comportamenti e le proprie scelte ai sistemi elettorali con i quali si è di volta in volta costretti a misurarsi: che non vuole dire condividerli né rinunciare a battersi per  modificarli. Vuole dire soltanto che non è il caso di giocare a basket con una montura da football americano.

Credibilità. Il deficit di credibilità del Pd come partito di governo è drammatico ed allarmante. Tutte le rilevazioni demoscopiche ci dicono che la destra è considerata più competente del nostro partito in tutte le questioni di maggiore rilievo per il governo del paese: dalla sicurezza all’immigrazione, dalla crisi economica alla disoccupazione. Perché? Scontiamo, credo, un doppio handicap: i. non abbiamo fatto un bilancio critico e condiviso della nostra esperienza di governo; ii. non abbiamo dato una spiegazione convincente del cortocircuito che si è creato tra costituzione del Pd, collasso dell’Unione e crisi del governo Prodi. L’idea che il governo potesse sopravvivere solo “scansando” la politica, così come quella che il partito potesse decollare solo distinguendosi dal governo hanno reso esplosiva una miscela già infiammabile che ci ha portato alla sconfitta elettorale con un campo di centrosinistra ridotto in macerie. Siamo stati giudicati non credibili come forza di governo. Una analisi equanime nel segno della verità è mancata ed è questa una delle ragioni delle difficoltà del partito e della sua crisi di credibilità. La controprova di quanto questo sia vero è a mio parere la debolezza delle proposte del partito di fronte alla crisi. Nulla impedisce al Pd di formulare proposte di rilievo, ma se ciò non avviene in modo convincente forse una parte della ragione è da ricercare nella acerba coesione programmatica che caratterizza il partito e che, ricordo per memoria, fu presente anche durante il governo dell’Unione quando le proposte divergenti che mettevano in difficoltà l’esecutivo provenivano dall’interno stesso dell’Ulivo (ds e dl) e non solo dalla cosiddetta “sinistra radicale” e dai centristi.

La crisi globale. L’inerzia e la minimizzazione sono le cifre del governo italiano nell’affrontare la crisi globale. E’ su quella crisi che dovrebbe essere dimensionata la proposta del Pd al paese. Una proposta che non può ignorarne la profondità né la specificità italiana. E’ nella diagnosi dei problemi del paese e nella risposta a questi problemi che il Pd trova la sua ragione di essere e la sua identità. Certo, in una cornice europea sarebbe meglio. Purtroppo l’Europa è cenerentola. Quella che c’è, è indispensabile. Quella che manca sembra irrealizzabile. Comunque non si può restare inerti. Ora nessuno vuole più eliminare il capitalismo, ma riformarlo sì. Quello italiano, poi! E’ una cosa che si potrebbe dire. Non è quello che sta facendo Obama, che ha affrontato la crisi con un ciclopico piano di risanamento, di trasformazione e di rilancio dell’economia americana delle dimensioni di circa la metà del Pil italiano? Non è quello che sta facendo Sarkozy che fa appello ai francesi perché la crisi sia affrontata con uno sforzo nazionale di tipo bellico e quindi progetta un grande prestito nazionale da dedicare alla costruzione del futuro? Dinanzi alla crisi globale il governo italiano è rimasto pressoché inerte. Eppure l’Italia è in condizioni assai gravi: il debito corre di nuovo verso il 120 per cento, le disuguaglianze sociali e territoriali crescono, il “grande” capitalismo privato italiano è fragile, come e più di sempre. Il Pd non dovrebbe sentire la responsablità di dire la verità al Paese e di proporre una terapia d’urto? In pochi punti, ma pesanti: misure straordinarie per la riduzione del debito; favorire – intanto con una seria diminuzione del carico fiscale  e contributivo sul lavoro – una inversione di tendenza nella distribuzione della ricchezza a vantaggio del lavoro, dopo 30 anni di slittamenti a favore delle rendite e dei capitali; un piano di investimenti pubblici straordinari in istruzione, ricerca e infrastrutture. Poi le famiglie, la natalità, l’immigrazione di qualità… Ma queste proposte bisogna elaborarle e bisogna crederci. Bisogna che siano fatte proprie dal partito e che con convinzione diventino il progetto proposto dal Pd agli italiani. L’Italia non può continuare a scaricare i problemi sul futuro, rinviando di giorno in giorno e di anno in anno il momento in cui prendere di petto i problemi di fondo. Uno sforzo programmatico straordinario, con sedi di elaborazione, discussione e deliberazione adeguate, è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, perché il partito recuperi la credibilità perduta come forza di governo e come forza a cui gli italiani tornino a guardare con fiducia per avere una risposta ai problemi che li assillano. Si parta quindi dalle esperienze dei governi di centrosinistra, se ne faccia un bilancio, se ne individuino i limiti e se ne traggano gli insegnamenti del caso. Si rifletta sul rapporto tra misure adottate e programmi realizzati. Si rifletta sulla cultura amministrativa e sulla pubblica amministrazione. Spesso il governo italiano (indipendentemente da chi lo guida) è come un motore che gira al massimo, produce norme e decisioni in quantità (nonostante quello che si dice sulla lentezza del processo legislativo), ma la spinta non arriva alle ruote perché la frizione slitta e quindi il motore gira a vuoto. Questo della “frizione” che slitta sarebbe un tema maiuscolo. Mi rendo conto che queste sono questioni che vanno oltre questo congresso, ma si può intanto cominciare ad impostarle.

Vocazione ulivista. Non dovrebbero esservi dubbi sul fatto che il Pd si consideri la forza centrale e determinante del campo di centrosinistra e che in quanto tale punti a costruire intorno a sé un’alleanza alternativa alla destra, in grado di conquistare la maggioranza degli elettori e di proporre il proprio leader alla guida del governo. E’ così che io interpreto la “vocazione maggioritaria” del Pd, locuzione sommamente equivoca che andrebbe utilmente soppressa dal vocabolario del partito. Perché delle due l’una: o la vocazione maggioritaria è un’ovvietà o è una velleità. Ovvietà se significa che il Pd si concepisce come la forza maggiore del centrosinistra e che punta a conquistare la maggioranza tenendo conto delle condizioni date dalla legge elettorale vigente e quindi formando una coalizione programmaticamente coesa (che è anche quello che si cercò di fare nel 2006). Invece, nel suo primo scorcio di vita, il Pd ha praticato la “vocazione maggioritaria” in modo velleitario, sopravvalutando la propria forza, ignorando i vincoli della legge elettorale, alludendo all’autosufficienza e perseguendo lo spericolato progetto di distinguere la propria sorte da quella del governo e della coalizione. Il risultato di questa strategia di “discontinuità” e “nuova stagione” è stata la sconfitta dell’aprile 2008. Vorrei dirlo senza animosità: in una gara a due, arrivare secondi è una sconfitta e non è una mezza vittoria. Ho sempre sostenuto che il Pd si sarebbe avvantaggiato da una lotta aperta per il governo e per la coalizione perché, anche quando il governo fosse caduto, il Pd avrebbe potuto presentarsi agli elettori con l’orgoglio dello sforzo compiuto ed insieme agli alleati che avessero voluto continuare a concorrere al governo anziché cercare una scorciatoia che non poteva non apparire agli elettori come una “diserzione” ed una “fuga dalla responsabilità”. E’ quello lo “spirito del lingotto” che non solo non rimpiango ma che ritengo debba essere consapevolmente superato e abbandonato. Il Pd ha pagato questa linea e sta tuttora pagando per non avere affrontato in modo autocritico le conseguenze di questa linea. Questo l’ho sempre detto. Ora vorrei aggiungere, per senso di equilibrio, che la responsabilità di quanto accaduto non fu però soltanto della costituenda leadership del Pd. A favorire il cortocircuito ci fu anche un deficit politico nel governo, del quale facevano parte con ruoli determinanti le più eminenti personalità del partito. Vocazione maggioritaria non può dunque considerasi alternativa ad alleanza, ma va intesa come “guida ulivista” alle alleanze. Nel senso che la coalizione deve reggersi su due requisiti: i.un forte patto politico e programmatico (che la renda tendenzialmente irreversibile); ii. unità davanti agli elettori che decidono il governo. Per dirla in chiaro: il prezzo di un’eventuale alleanza politica nazionale con l’Udc non può essere lo scambio della strategia bipolare e maggioritaria con quella proporzionale e multipolare. Sarebbe interesse esistenziale del Pd, di un Pd che si consideri partito “aperto”, in grado di “essere” tendenzialmente l’intera coalizione, fare ogni sforzo per un sistema elettorale maggioritario con collegio uninominale ad uno o due turni.

Andare avanti. Si dice, non tornare indietro. Condivido. Non è nel segno della nostalgia che costruiremo il futuro. Ma per non tornare indietro bisogno andare avanti e per andare avanti bisogna riconoscere, per non ripeterli, gli errori del passato. C’è un errore capitale che non dobbiamo ripetere: concepire le primarie costituenti del Pd come un plebiscito, cioè avere fatto le primarie senza crederci. Tantissimi – quasi tutti – sono stati bravissimi a nascondersi dietro Veltroni, a lasciarlo andare avanti e poi a lasciarlo solo, a dissentire tacitamente e a non sfidarlo apertamente, preferendo dare vita, a fianco ad un vertice formalmente onnipotente, a correnti stra-potenti e lasciando convivere concezioni diverse del partito, del sistema politico e dell’asse programmatico su cui caratterizzare il Pd. Quindi, eccoci di nuovo al punto di partenza. No, non si tratta di “fondare” ora il Pd. Il Pd è già stato fondato. Si tratta di confermare quella scelta o di revocarla. Si tratta di fare scelte rinviate e negate. Si tratta di cambiare metodo. Si tratta di cominciare ad ascoltarsi. Si tratta di superare la cultura unanimistica che nasconde le differenze con patti opachi anziché assumerle come fondamento dialogico della esistenza del partito, base della coesione che nasce dall’ascolto e dalla sintesi.

Personale. In questi due anni di battaglie minoritarie aspre e anche di rotture dolorose ho dovuto decidere se accettare la politica anche come rinuncia e compromesso nella logica di scegliere la minore distanza o ciò che è meno lontano dal bene. In qualche modo, vale anche per il partito. E qui torno alla scelta dichiarata all’inizio. Con un’aggiunta. Dovendo scegliere tra un partito i cui tratti distintivi siano la creatività e la libertà ed uno in cui l’accento sia posto sulla disciplina e l’obbedienza, francamente sceglierei il primo. Insomma, vorrei continuare ad essere libero e a dire quello che penso, augurandomi che il Pd, nel suo modo di essere, sappia contraddire l’analisi spietata di Simone Weil (1909-43), che in un tempo tragico e lontano, ancorchè non remoto, definì i partiti politici “organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”. Programma ambizioso, mi rendo conto. Ma vale la pena di provarci.

Roma, 22 luglio 2009

PD ESTERO, BARBI: AL LAVORO PER CONGRESSO ITALIANI NEL MONDO

(9Colonne) Roma, 22 lug – “Fare un consuntivo sullo stato del tesseramento all’estero”, fondamentale per poter stabilire il numero dei delegati che saranno eletti alla convenzione nazionale, e “stilare un regolamento sullo svolgimento del congresso all’estero, così come fatto dalla Direzione nazionale”. Sono queste le due mission fondamentali del Comitato nazionale per il Congresso del Pd per gli italiani nel mondo, che domani, coordinato da Mario Barbi, si riunisce per la seconda volta. Un incontro, spiega Barbi a Nove Colonne, che sarà una sorta di “ricognizione sui compiti e sul piano di lavoro, in cui dovremo tenere conto degli adempimenti più urgenti”.

Innanzitutto, il regolamento, per il quale i tempi sono piuttosto serrati: “della prima bozza discuteremo domani, sicuramente si ispirerà alle regole nazionali. La settimana prossima dovremmo essere in grado di proporlo alla Commissione nazionale per il Congresso, che dovrà approvarlo”. Altro compito della riunione di domani sarà “stabilire tempi e modi per il Congresso, tenendo conto che quella dell’estero è una realtà molto particolare, che ha un suo Statuto proprio” nonché definire i collegi elettorali per il 25: anche su quello dobbiamo discutere, anche se abbiamo il precedente del 2007″. Barbi lo scorso weekend ha partecipato a Bruxelles al seminario sugli italiani nel mondo organizzato dal Partito democratico. “A Bruxelles -dice – ho constatato grande interesse, grande vivacità e un clima collaborativo e costruttivo: stiamo cercando di fare un percorso che sia condiviso e che vada a buon fine per tutti.

INTERROGAZIONE (PD) SU FONDO LOTTA PANDEMIE

**CAMERA. INTERROGAZIONE BARBI (PD) SU FONDO LOTTA PANDEMIE
(DIRE – notiziario Sanita’) Roma, 14 lug. – Un’interrogazione a risposta in commissione sullo stato dei contributi italiani al fondo globale per la lotta alle pandemie. A presentarla il deputato del Pd, Mario Barbi, al ministro degli Affari esteri, Franco Frattini. Questo il testo:
Interrogazione a risposta in Commissione:
Barbi. – Al Ministro degli affari esteri. – Per sapere – premesso che: dal 2000 ad oggi, il nostro Paese ha fatto della lotta alle pandemie HIV e AIDS, tubercolosi e malaria un settore importante della sua cooperazione, grazie soprattutto ai 790 milioni di euro versati al Fondo Globale. Dopo il G8 del 2001, quando fu annunciato, l’Italia con una quota del 9 per cento sui contributi complessivi versati ad oggi dai Paesi donatori, e’ diventata il quarto sostenitore finanziario del Fondo. A fronte dei crescenti bisogni finanziari per finanziare la lotta alle pandemia, l’Italia ha progressivamente aumentato il proprio contributo passando da 100 a 130 milioni l’anno dopo il 2005 fino al 2009.
Infine, al G8 giapponese, il nostro Paese si e’ impegnato a finanziare la salute mondiale per 500 milioni di dollari all’anno per i prossimi cinque anni; il Fondo Globale nasce come uno strumento finanziario per sostenere progetti di elevata qualita’ provenienti dai soggetti dei paesi piu’ poveri e piu’ colpiti dalle pandemie. Il suo consiglio di amministrazione e’ composto da Paesi donatori, Paesi partner, settore privato, societa’ civile e rappresentanti dei sieropositivi. La valutazione dell’impatto che le iniziative finanziate dal Fondo Globale hanno avuto sulle tre pandemie e’ attesa per il 2009 ma e’ gia’ possibile indicare alcuni risultati ed una tendenza al miglioramento. Grazie anche, al contributo italiano, il Fondo Globale ha finanziato l’accesso alle terapie salvavita per 1,7 milioni di persone sieropositive. Inoltre grazie all’impegno dei paesi partner e della societa’ civile del sud del mondo, l’efficacia e la qualita’ delle proposte presentate al Fondo Globale e’ progressivamente aumentata, a tal punto che le proposte approvate all’ultimo Consiglio di amministrazione hanno toccato il massimo di 3 miliardi di dollari. Si tratta di un successo che va oltre le aspettative e che, di fatto, priva il Fondo Globale di tutte le risorse finanziarie, per potere accogliere nuove proposte da finanziare nel 2010; per l’Italia, la Finanziaria 2009 rende incerto il contributo 2009 mentre i 321 milioni di euro previsti sulla legge n. 49 del 1987 sono una quantita’ insufficiente per far fronte agli impegni pregressi, il tutto in una situazione di drastici tagli alle risorse della Cooperazione per cui rischia di ripetersi lo scenario del 2006, quando
saltarono i contributi al Fondo Globale, all’Organizzazione Mondiale della Sanita’, a UNAIDS oltre ad quelli di altre agenzie delle Nazioni Unite; l’ambasciatore Massolo, sherpa del Governo italiano per il G8 de L’Aquila, audito dalla Commissione esteri della Camera dei deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva sugli obiettivi del Millennio, ha confermato l’impegno dell’Italia in quanto Presidente del prossimo G8 a insistere sul mantenimento da parte dei Paesi sviluppati, anche di fronte alla crisi economica, degli impegni presi circa l’aiuto pubblico allo sviluppo, rimarcando come i progressi fatti nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio possono essere messi a rischio da questa crisi e anticipando la proposta italiana di un vero e proprio «pacchetto di salvataggio» dei Paesi piu’ poveri nel vertice de L’Aquila; nel corso dell’audizione l’ambasciatore ha ribadito la centralita’ per il Governo italiano del perseguimento dei tre obiettivi legati alla sanita’ e in particolare del sesto obiettivo, mirato al contrasto della diffusione dell’Aids, della tubercolosi e della malaria, finalita’ di cui e’ strumento il Fondo globale che l’Italia intende sostenere con il versamento della propria quota annuale di 130 milioni di euro; lo stesso Ministro interrogato, in occasione della conclusione dei lavori di un seminario internazionale sul ruolo dei Parlamenti per il raggiungimento degli obiettivi del Millennium, ha anticipato l’intenzione dell’Italia di rispettare il proprio impegno per l’anno corrente; tuttavia, stante la situazione di emergenza della nostra cooperazione, priva dei fondi necessari a portare avanti gli attuali progetti, e piu’ in generale la difficilissima sostenibilita’ di ulteriori tagli al bilancio della Farnesina, rimangono perplessita’ sulla effettiva e pronta copertura di tale impegno -: in che tempi e con quali risorse l’Italia intenda realizzare il versamento del contributo di 130 milioni per il 2009.
(5-01604)

(DIRE – notiziario Sanita’) Roma, 14 lug. – Un’interrogazione a risposta in commissione sullo stato dei contributi italiani al fondo globale per la lotta alle pandemie. A presentarla il deputato del Pd, Mario Barbi, al ministro degli Affari esteri, Franco Frattini. Questo il testo:

Interrogazione a risposta in Commissione:

Barbi. – Al Ministro degli affari esteri. – Per sapere – premesso che: dal 2000 ad oggi, il nostro Paese ha fatto della lotta alle pandemie HIV e AIDS, tubercolosi e malaria un settore importante della sua cooperazione, grazie soprattutto ai 790 milioni di euro versati al Fondo Globale. Dopo il G8 del 2001, quando fu annunciato, l’Italia con una quota del 9 per cento sui contributi complessivi versati ad oggi dai Paesi donatori, e’ diventata il quarto sostenitore finanziario del Fondo. A fronte dei crescenti bisogni finanziari per finanziare la lotta alle pandemia, l’Italia ha progressivamente aumentato il proprio contributo passando da 100 a 130 milioni l’anno dopo il 2005 fino al 2009.

Infine, al G8 giapponese, il nostro Paese si e’ impegnato a finanziare la salute mondiale per 500 milioni di dollari all’anno per i prossimi cinque anni; il Fondo Globale nasce come uno strumento finanziario per sostenere progetti di elevata qualita’ provenienti dai soggetti dei paesi piu’ poveri e piu’ colpiti dalle pandemie. Il suo consiglio di amministrazione e’ composto da Paesi donatori, Paesi partner, settore privato, societa’ civile e rappresentanti dei sieropositivi. La valutazione dell’impatto che le iniziative finanziate dal Fondo Globale hanno avuto sulle tre pandemie e’ attesa per il 2009 ma e’ gia’ possibile indicare alcuni risultati ed una tendenza al miglioramento. Grazie anche, al contributo italiano, il Fondo Globale ha finanziato l’accesso alle terapie salvavita per 1,7 milioni di persone sieropositive. Inoltre grazie all’impegno dei paesi partner e della societa’ civile del sud del mondo, l’efficacia e la qualita’ delle proposte presentate al Fondo Globale e’ progressivamente aumentata, a tal punto che le proposte approvate all’ultimo Consiglio di amministrazione hanno toccato il massimo di 3 miliardi di dollari. Si tratta di un successo che va oltre le aspettative e che, di fatto, priva il Fondo Globale di tutte le risorse finanziarie, per potere accogliere nuove proposte da finanziare nel 2010; per l’Italia, la Finanziaria 2009 rende incerto il contributo 2009 mentre i 321 milioni di euro previsti sulla legge n. 49 del 1987 sono una quantita’ insufficiente per far fronte agli impegni pregressi, il tutto in una situazione di drastici tagli alle risorse della Cooperazione per cui rischia di ripetersi lo scenario del 2006, quando

saltarono i contributi al Fondo Globale, all’Organizzazione Mondiale della Sanita’, a UNAIDS oltre ad quelli di altre agenzie delle Nazioni Unite; l’ambasciatore Massolo, sherpa del Governo italiano per il G8 de L’Aquila, audito dalla Commissione esteri della Camera dei deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva sugli obiettivi del Millennio, ha confermato l’impegno dell’Italia in quanto Presidente del prossimo G8 a insistere sul mantenimento da parte dei Paesi sviluppati, anche di fronte alla crisi economica, degli impegni presi circa l’aiuto pubblico allo sviluppo, rimarcando come i progressi fatti nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio possono essere messi a rischio da questa crisi e anticipando la proposta italiana di un vero e proprio «pacchetto di salvataggio» dei Paesi piu’ poveri nel vertice de L’Aquila; nel corso dell’audizione l’ambasciatore ha ribadito la centralita’ per il Governo italiano del perseguimento dei tre obiettivi legati alla sanita’ e in particolare del sesto obiettivo, mirato al contrasto della diffusione dell’Aids, della tubercolosi e della malaria, finalita’ di cui e’ strumento il Fondo globale che l’Italia intende sostenere con il versamento della propria quota annuale di 130 milioni di euro; lo stesso Ministro interrogato, in occasione della conclusione dei lavori di un seminario internazionale sul ruolo dei Parlamenti per il raggiungimento degli obiettivi del Millennium, ha anticipato l’intenzione dell’Italia di rispettare il proprio impegno per l’anno corrente; tuttavia, stante la situazione di emergenza della nostra cooperazione, priva dei fondi necessari a portare avanti gli attuali progetti, e piu’ in generale la difficilissima sostenibilita’ di ulteriori tagli al bilancio della Farnesina, rimangono perplessita’ sulla effettiva e pronta copertura di tale impegno -: in che tempi e con quali risorse l’Italia intenda realizzare il versamento del contributo di 130 milioni per il 2009.

(5-01604)

UN PARTITO APERTO PER DIFENDERE LA SOVRANITÁ DEI CITTADINI

Roma, 13 luglio 2009

la presente é per inviarti un documento contenente alcune riflessioni e proposte avanzate in vista dell’avvio del percorso congressuale che si va in questi giorni aprendo.

Il documento é stato inviato ai Democratici che hanno in questi giorni manifestato, anche se non ancora compiutamente formalizzato, l’intenzione di candidarsi alla guida del Partito Democratico come segretario nazionale.

Come potrai rilevare il documento auspica il rispetto di alcune precondizioni al fine di consentire al partito di trarre la massima utilita dal passaggio che ci attende attraverso il rafforzamento della natura politica del confronto, e il contenimento del rischio che la scelta alla quale siamo chiamati sia troppo segnata da contrasti personalistici.

Il documento é stato da me predisposto con l’aiuto di alcuni amici parlamentari e in particolare di Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Albertina Soliani e Sandra Zampa, che assieme a me si sono fatti carico di interpretare le attese e le preoccupazioni di un piu largo gruppo di democratici che, nel corso degli ultimi quindici anni, hanno condiviso con noi esperienze e scelte.

Ti sono grato per l’attenzione che vorrai dedicare alle questioni sollevate nel documento; e qualora condividessi le proposte in esso avanzate, ti sarò grato se  vorrai manifestare pubblicamente la tua opinione al riguardo ed eventualmente la tua disponibilità a partecipare a conseguenti iniziative comuni.

Ti saluto intanto con la più viva amicizia

Arturo Parisi

UN PARTITO APERTO PER DIFENDERE LA SOVRANITÁ DEI CITTADINI

PRECONDIZIONI PER UNA SCELTA

Il contesto nel quale il percorso congressuale del Partito Democratico prende il via, reso

drammatico dalla crisi internazionale, ci ricorda che molte sono le questioni che attendono una

risposta. Innanzitutto una proposta che si faccia carico dei problemi di lungo termine che sfidano il

nostro Paese.

Di questa proposta noi sappiamo al momento due cose. La prima é che se i problemi a noi di fronte

sono di lungo termine, di lungo termine deve essere la risposta: un progetto per il cambiamento

della società non un semplice programma di governo di legislatura e meno che mai un insieme di

singoli atti di governo. L’Italia è immersa in una notte profonda: le sue strutture sociali, economiche

e istituzionali sono logorate. Il Paese è demoralizzato, il senso della sua civiltà è minacciato. Non

saranno la speranza di consumare di più, o la maschera grottesca di un premier a trarci da una crisi

che ci attraversa e ci supera per dimensione e profondità. La seconda condizione é che questo

progetto deve far conto su istituzioni forti perché fortificate dall’esercizio della sovranità dei

cittadini attraverso la moltiplicazione e soprattutto la valorizzazione delle occasioni di

partecipazione, contrastando l’allontanamento dalla politica e la sfiducia verso le istituzioni che va

diffondendosi nella società.

Per questo motivo rispetto ad ogni proposta riteniamo discriminante la difesa dell’assetto bipolare

fondato su un sistema maggioritario che dia al cittadino il potere di scegliere il governo del Paese

prima delle elezioni sulla base di una proposta programmatica avanzata da una alleanza politica

omogenea.

Per questo motivo abbiamo scommesso sulla valorizzazione della forma partito, superando il

movimentismo e lo spontaneismo che aveva segnato alcuni passaggi dell’ultimo ventennio, e,

tuttavia non su un partito chiuso in sé stesso, ma un partito aperto ai cittadini che rafforzasse la

sovranità dei cittadini.

Per questo chiediamo che il Partito democratico sappia rendere vero il suo nome.

Solo un partito può camminare su quel ponte che lega il passato col futuro che é rappresentato dalle

istituzioni della Repubblica. Solo un partito può essere canale per la elaborazione di un progetto di

lunga durata che vada oltre le legislature e i governanti di turno.

Per questo motivo abbiamo affidato la scelta del nostro futuro agli elettori demandando a loro la più

importante delle scelte in un partito: la designazione del segretario politico, e allo stesso tempo una

assemblea nazionale che dotata della stessa legittimazione e rappresentatività possa bilanciare il

potere del segretario, evitando i rischi di un esercizio del potere isolato.

Questa designazione già anticipata nella esperienza delle primarie che in passato si sono svolte a

livello di coalizione e di partito, si prospetta per la prima volta come una scelta vera e non

semplicemente come la conferma e la validazione di scelte sostanzialmente già predefinite. Noi

sappiamo

che le parole e le regole non bastano. La nostra stessa esperienza ci ha insegnato che alle parole e

alle regole non onorate dai fatti sarebbe spesso preferibile il silenzio. E tuttavia sappiamo che non ci

si mette in viaggio senza una meta definita dalle parole e senza regole che guidino il cammino.

Anche se affidato per ora alle parole riteniamo perciò che la scelta alla quale ci apprestiamo sia un

risultato di grande rilievo del quale il partito deve essere orgoglioso. In un tempo in cui il nostro

paese patisce un restringimento degli spazi della democrazia fino alla sottrazione ai cittadini del

diritto di scegliere i propri rappresentanti come ora accade a causa della sciagurata legge elettorale

vigente per il parlamento nazionale, affidare direttamente ai cittadini la scelta della guida e del

massimo organo nazionale del partito é una scelta che da sola dà testimonianza della radicale

diversità della nostra idea di democrazia rispetto a quella che domina il campo a noi avverso. E’ una

scelta della quale é orgoglioso in particolare chi ha sperimentato direttamente le difficoltà, gli

ostacoli, e le legittime incertezze che hanno segnato il percorso per arrivare fin qua.

Come abbiamo detto, nonostante la scelta diretta da parte dei cittadini, di candidati alla guida di

amministrazioni locali e regionali e alla stessa guida di organi di partito sia andata moltiplicandosi,

e nonostante a livello nazionale già in passato una larga partecipazione abbia dato prova

dell’esistenza di una domanda di politica e di democrazia di gran lunga superiore a quella finora

raccolta dagli strumenti tradizionali, questa può essere considerata una prima volta.

Questo capita grazie all’avanzamento rappresentato dalla adozione di uno statuto che interpreta e

regolamenta l’orientamento verso una democrazia dei cittadini che il partito democratico ha assunto

come tratto qualificante fin dalla sua nascita. Questo é tuttavia possibile anche perché, dopo il

primo biennio fondativo pur segnato da contraddizioni e ritardi che abbiamo più volte denunciato,

anche grazie alla ridefinizione delle appartenenze partitiche precedenti, la scelta é resa ora possibile

dalla esistenza di candidature capaci ognuna di rivolgersi all’intero partito e non più solo ad una

parte di esso. Anche questo, lungi dall’essere un approdo scontato, é il risultato prezioso di una serie

di fattori oggettivi e soggettivi, tra i quali certamente non ultima la generosità, di chi, alzando la

mano in risposta alla domanda di rischio e di responsabilità che é all’origine di ogni candidatura, ci

chiedono e ci consentono per la prima volta una scelta.

La stessa possibilità di una scelta rappresenta per molti già da solo un risultato e, ripetiamo,

certamente lo é. Tuttavia sarebbe un errore, e certamente una occasione perduta se, trattenuti dalla

prudenza nell’avanzare o tentati dal ritorno al passato, la scelta si risolvesse in una scelta tra

persone.

Noi riteniamo, infatti, che la scelta tra persone per la guida del partito trovi il suo vero significato

solo se essa evoca, consente, e sostiene una scelta tra diverse linee di azione politica. Solo questo

assicura la pienezza dell’esercizio della cittadinanza, e allo stesso tempo consente di mettere a frutto

il percorso che ci attende nei prossimi mesi. Solo questo consente al partito di definire finalmente,

nel rispetto della democrazia, un’identità corrispondente al comune progetto di dare vita ad un

partito nuovo in modo nuovo.

Ridotto a scelta tra persone, il confronto, pensato per l’utilità del partito e della Repubblica, si

potrebbe tradurre all’opposto in uno scontro tra persone e tra gruppi che lascerebbe alle sue spalle

ulteriori macerie dando una idea del partito che ognuno di noi rifiuta. Invece di interpretare questo

passaggio come un’occasione di avanzamento, ci potremmo trovare alla fine in una posizione

ancora più arretrata di quella di partenza.

Per questo motivo, pur riconoscendo gli aspetti comunque positivi presenti in questo passaggio,

pensiamo che lungo questo cammino non possiamo stare fermi. Ancora una volta non progredire

equivale ad arretrare.

Diciamo questo guidati dalla convinzione che da sempre abbiamo avuto nella necessità del Pd. Lo

diciamo sulla base della esperienza di questi anni in gran parte sprecati. Lo diciamo tuttavia anche

allarmati dai primi segnali che dentro il cammino che inizia vanno manifestandosi.

Se non si interviene tempestivamente e con decisione, la prospettiva sembra nell’immediato quella

di una competizione tra aggregati di spezzoni del passato ognuno diviso dall’altro a partire da

vicende particolari, e allo stesso tempo privi di una riconoscibile ragione politica comune declinata

al futuro.

Il chi, precede di troppo il perché. Comprensibilmente, anche se non correttamente, l’attenzione

finisce per concentrarsi sul chi-sta-con-chi piuttosto che sul che-fare. Anche a causa della legge

elettorale che, spogliando gli elettori delle proprie prerogative, ha conferito alle segreterie un potere

di nomina, il confronto, invece di orientarsi verso una libera scelta espressa a conclusione di una

valutazione, sulla base di un giudizio comparativo di natura politica, tende a configurarsi come il

posizionamento all’interno di alleanze precostituite, definite in genere sulla base di appartenenze

passate, con la preoccupazione di garantire e proteggere chi contribuisce alla vittoria, a prescindere

dalla condivisione o meno di una linea politica.

Urge mettere al centro del confronto la politica. Non possiamo permetterci di sprecare tre mesi

preziosi esaurendoci in un confronto ossessionato dal potere interno che appare estraneo e

incomprensibile alle ansie dei cittadini.

Ancora più urgente é volgere questo confronto al futuro.

Il riorientamento della nostra attenzione verso il futuro sarà tuttavia possibile solo a partire da un

giudizio condiviso sulla nostra passata esperienza di governo attraverso una analisi guidata da uno

spirito di verità. La nostra credibilità come partito di governo per il futuro non é infatti compatibile

con una superficiale liquidazione della nostra azione passata.

Questo non esclude il riconoscimento del concorso di cause oggettive e di errori soggettivi

all’origine del nesso tutt’altro che virtuoso che, con responsabilità di tutti, si stabilì tra costituzione

del Pd e esercizio della responsabilità di governo nel quadro di una coalizione già di per sé difficile

e complessa.

Per questo motivo, mentre difendiamo nell’interesse degli iscritti e degli elettori, e quindi del

partito, il nostro diritto di poter scegliere a ragion veduta, ci permettiamo di rivolgerci a tutti i

candidati perché aiutino questa scelta chiedendo se e in che misura condividano alcune convinzioni

per noi di fondo, e, nel caso, svolgano dentro lo stesso percorso congressuale la loro azione in

coerenza con questa preoccupazione.

Queste le condizioni per fare del percorso che ci attende una occasione di crescita:

1. Indirizzare e pensare fin dal primo momento il confronto tra le diverse proposte politiche avanti

agli elettori, riconoscendo come protagonisti e primi destinatari della nostra proposta quelli che

sono comunque decisori finali: i cittadini, nostri elettori, difendendo e confermando con chiarezza

la scelta per il modello di partito aperto attraverso il loro stabile coinvolgimento in elezioni

primarie. Solo l’assicurazione che il voto al quale li chiamiamo ad ottobre non sarà l’ultimo può

costituire il presupposto di una larga partecipazione. La condizione che la proposta e la candidatura

avanzate dispongano tra gli iscritti del sostegno previsto dallo statuto deve essere considerata come

la certificazione indispensabile del radicamento della proposta nella esperienza del partito e del

sicuro riconoscimento del candidato da parte della comunità dei militanti. Il confronto tra le

proposte deve tuttavia rivolgersi e competere per il consenso dei cittadini piuttosto che per l’ultimo

tesserato e spesso per l’ultima tessera.

2. Fare di questa occasione un passaggio fondamentale che consenta agli iscritti ed elettori di

rimescolarsi a partire dalle diverse idee politiche che legittimamente si contendono il campo,

superando così le precedenti provenienze partitiche.

3. Per consentire ai votanti una scelta consapevole, ogni candidato assicuri la riconoscibilità della

sua proposta politica, evitando di associare alla sua candidatura una pluralità di proposte, e una

pluralità di proponenti, spesso ispirati a linee politiche tra loro disomogenee.

Si concentri l’attenzione e il confronto dei cittadini sulla sintesi proposta dal candidato segretario

invece di alimentare la competizione e la conta oltre che tra i candidati tra le diverse e contrastanti

posizioni dei suoi sostenitori.

Si presenti pertanto per ogni candidato una sola lista, e si eviti altresì di riproporre ticket in qualsiasi

modalità essi vengano proposti.

4. Rispettare l’autonomia delle regioni. Domande diverse

chiedono risposte diverse. I congressi regionali non sono la fase regionale di quello nazionale.

Anche se lo statuto prevede la contemporaneità dei congressi regionali con quello nazionale, solo

una nitida e coerente contrapposizione di concezioni del partito giustificherebbe la coartazione della

autonomia delle singole regioni attraverso il trasferimenti meccanico delle divisioni nazionali in

sede regionale.

5. Impegnare il partito attorno all’obiettivo della riforma della legge elettorale assunto come priorità

assoluto. Le prossime elezioni politiche non possono avere ancora una volta come risultato un

parlamento di nominati.

I punti ora esposti toccano evidentemente solo in parte la gamma di temi che la proposta dei

candidati non può non affrontare. La loro natura li propone tuttavia, distintamente e nel loro

complesso, come un fondamentale criterio per la valutazione della proposta dei singoli candidati.

Pagina Successiva »