Finimondo, intervista a Red
Rutelli addio?
In un breve e interlocutorio incontro martedì sera con i parlamentari di “area democratica” che ne hanno sostenuto la candidatura a segretario, Dario Franceschini ha detto che il Pd dovrebbe fare di tutto per evitare che Francesco Rutelli lasci il partito, se non vuole rinnegare l’ispirazione libera e plurale che ne ha contraddistinto la nascita. Buon proposito. Ma, direi, a due condizioni: 1. che si dica e si riconosca chi è Rutelli; 2. che si dica che cosa il Pd dovrebbe fare per trattenerlo.
Sul primo punto. Il riguardo dovuto alle posizioni di Rutelli ed il riconoscimento che soltanto gli stupidi non cambiano mai idea, non dovrebbero esimere nessuno da una schietta e severa disamina del suo percorso. Perciò è bene ricordare che il Rutelli che oggi predica l’uscita dal bipolarismo è lo stesso Rutelli che fu candidato premier bipolarista nel 2001. Ed è lo stesso Rutelli che, da Presidente della margherita, fu aspramente contro l’Ulivo nel maggio del 2005, ma pure a favore del Partito democratico, ancorché in chiave anti-ulivista, il giorno dopo la festa democratica dei 4,5 millioni di partecipanti alle primarie del 2005. Ed è sempre lo stesso Rutelli che nel predicare un Partito democratico giustamente libero da collateralismi cooperativistici o bancari praticava, a mio modesto parere, programmatiche subalternità a poteri confindustriali ed ecclesiastici. Ed è sempre lo stesso Rutelli che, vice-premier del governo Prodi II, minava la base della maggioranza con “coraggiosi” annunci di “alleanze di nuovo conio” da realizzarsi nel futuro imminente. Un futuro che il Rutelli diventato “bipartitista” immaginò di vedere realizzato nel Pd di “conio veltroniano”? Non saprei. So che nel Rutelli di oggi come in quello di ieri si intrecciano linee contraddittorie che lo portano ora dire che l’avvenire (quello del Paese, beninteso, al quale lui adatterebbe, immagino con spirito di servizio ed abnegazione, il futuro suo) è oltre il bipolarismo e oltre la divisione destra-sinistra, nel centro moderato e nell’unione dei “migliori”. Non trovo queste idee particolarmente originali. Si ripresentano sempre nei momenti di crisi. D’altra parte il bipolarismo italiano è oggetto di contrasto non da oggi: dalla presunta crisi di sistema proclamata da Marco Follini, allora segretario dell’Udc, all’indomani delle elezioni europee del 2004 (preludio della legge elettorale “porcata”) fino al convincimento che la crisi del centrosinistra, nel gennaio del 2008, coincidesse con l’implosione del sistema bipolare. Se queste sono le premesse e se questo è il Rutelli con il quale il Pd deve fare i conti, bisogna interrogarsi su ciò che il partito dovrebbe fare per trattenerlo.
E vengo così al secondo punto del ragionamento. Il Pd potrebbe fare tre cose, di cui , a mio avviso, soltanto la terza merita di essere presa in considerazione: 1. potrebbe battere sui tasti della mozione degli affetti e delle ideali consonanze, destinata però a cadere nel vuoto in un quadro dominato da un professionismo consapevole che esclude sentimenti ed emozioni; 2. potrebbe aprire un “negoziato”, che non potrebbe che sfociare in un discorso di organigrammi, magari facendo leva sulla filosofia che ebbe a enunciare il tesoriere della Margherita, in occasione di un rassemblement rutelliano durante le ultime primarie, vale a dire che i voti non sono mai gratis. Ma mi pare tardi perché questa strada possa essere ancora percorsa, al di là del fatto che questa via possa essere considerata umiliante e mortificante per entrambe le parti potenzialmente contraenti; 3. potrebbe rilanciare una iniziativa politica che confermi come la scelta strategica del Pd resti avversa alla costituzione ed al rafforzamento del “centro” come luogo di un soggetto politico autonomo. E’ soltanto così si che, a mio avviso, si potrebbe scoraggiare Rutelli dal lasciare il Pd. Certo, se fosse vero, come si legge in alcuni retroscena di questi giorni, che una delle prime iniziative a cui pensa la nuova segreteria del Pd è la presentazione ufficiale di una proposta di legge elettorale alla tedesca, basata sulla proporzionale di partito, non c’è dubbio che Rutelli sarebbe incoraggiato ad andarsene non una ma tre volte. Che senso avrebbe infatti confermare la scelta compiuta in ragione della nascita di un partito plurale e programmatico, pensato per il bipolarismo ed il maggioritario, quando questo partito si prodigasse per dare vita ad un sistema proporzionale organizzato intorno a tanti partiti identitari? Così come, a corollario del ragionamento, si potrebbe chiedere al nuovo segretario – e a taluni suoi suggeritori – che senso abbia oggi parlare di ulivo, quando questo termine, anziché evocare la prodian-parisiana “coalizione densa” per il biopolarismo e il maggioritario, diventa sinonimo di alleanze di ispirazione demitiana?
Ognuno può rispondere da solo. Tuttavia è su questo terreno che l’”area democratica” che vuole “trattenere” Rutelli, dovrebbe, a mio avviso, incalzare e chiedere conto a Pierluigi Bersani.
Se poi, come molti sperano e molti temono, salteranno gli argini del bipolarismo, allora comincerà a tutti gli effetti un’altra storia e le scomposizioni e le ricomposizioni non riguarderanno solo il Pdl e la destra ma anche il Pd e la sinistra. Ed allora, a giudicare il progetto democratico non soltanto “incompiuto”, ma, anzi, “fallimentare”, e a prendersi le conseguenti libertà, in termini di scelte e di alleanze, mi azzardo a scommetterci, non sarebbe soltanto Rutelli.
Roma, 28 ottobre 2009
Nigerian Speaker of the House speaks to Italian Parliamentarian Oct. 15, Nigerian Speaker of the House speaks to Italian Parliamentarian Oct. 15, 2009 as p…
Bersani, tu quoque…
(pubblicato su Europa il 13 agosto 2009)
Caro direttore,
partecipo alla vicenda congressuale del Pd con interesse ma con moderata passione, pur avendo dichiarato la mia “scommessa” per Franceschini in un breve saggio che il tuo giornale ha avuto la cortesia di pubblicare. Ora, i manifesti di Bersani affissi in questi giorni sui muri di Roma, mi hanno sollecitato un paio di osservazioni che non riesco a tenere per me. Eccole.
Pierluigi Bersani lancia la sua candidatura a Segretario del Pd con un manifesto che associa il suo volto, maturo e rassicurante, a un verso di Vasco Rossi: “un senso a questa storia”. Il messaggio è incompleto, immagino volutamente. Tocca a chi legge ricomporre la strofetta della canzone dell’interprete di “bollicine”, originario dell’Appennino modenese. Strofa che esattamente fa: “Voglio trovare un senso a questa storia/Anche se questa storia un senso non ce l’ha”. Le citazioni parlano per se stesse, per il testo dal quale sono tratte e ci rivelano qualcosa anche su chi le utilizza. Che cosa ci dice allora la citazione di Vasco Rossi? Se non interpreto male, ci dice che Bersani ritiene che la vicenda del Pd sia stata, finora, almeno finora, una storia senza senso e che lui pensa di essere in grado di darle, finalmente, un senso. Mi pare che mai sia stata pronunciata stroncatura più radicale della breve storia del Pd. Stroncatura che va ben oltre le critiche pure ben presenti nel discorso che Bersani ha pronunciato all’Ambra Jovinelli e nella mozione che porta il suo nome. C’è una discrasia tra la liquidazione senza appello della vicenda del Pd (finora), a cui allude il manifesto, e il ragionamento pieno di distinguo dei discorsi e dei testi scritti di Bersani. Così che non si sa se dare più credito al messaggio della canzonetta o al resto. Comunque, le due cose, più che sostenersi a vicenda fanno cortocircuito. Ma se la citazione di Vasco Rossi è la classica “voce dal sen fuggita”, allora le tesi bersaniane andrebbero approfondite e spiegate alla luce di questo squarcio di verità.
Non mi accontenterei di una scrollata di spalle o di una risposta che riduca il tutto a una battuta di spirito più o meno riuscita. Insomma, ci vorrebbe meno reticenza. E anche meno auto-assoluzione perché se il “veltronismo” (criticato nella prima parte della mozione Bersani) ha prodotto danni politici seri (al nascente Pd, all’Unione e al Governo Prodi) è pur vero che Veltroni fu sostenuto da Bersani e da quasi tutti coloro che ora appoggiano quest’ultimo (eccezion fatta per Bindi e Letta che, tuttavia, si associarono a Veltroni subito dopo il plebiscito che lo incoronò segretario). Non c’è critica migliore di quella che parte da se stessi. Vale per tutti. Tutti i candidati segretari. Vale per chi propone se stesso, come fa Bersani con il suo manifesto, come un demiurgo (attributo però piuttosto “veltroniano”) che deve guadagnarsi una fiducia molto forte che soltanto la sincerità e la verità possono generare.
L’altra osservazione che mi viene in mente di fare è che Bersani, come tutti , è figlio del proprio tempo. E che come tale si comporta, magari non del tutto consapevolmente e anche in contrasto con l’idea di partito solido e di segretario quadrato che vuole dare di se. La citazione del cantautore è così ovvia e generazionale, che viene quasi da non interrogarsi sul suo senso. Ma perché non farlo?
C’è l’intenzione di trasmettere un’idea di spigliatezza e di spontaneità che faccia da antidoto a quel non so che di serioso e di pesante che è associato al politico di professione e al mestiere del governo? Forse. Ma nel volere uscire da un cliché si finisce dentro un altro cliché. La citazione “leggera” ammicca ad un’educazione sentimentale e ad un corpus di esperienze che condividono tutti coloro che sono cresciuti nel tempo della televisione e delle canzonette. Volendo dare un senso a tutto questo, io mi chiedo e chiedo a Bersani due cose:
1. perché Vasco Rossi e non un altro, perché quel testo di smarrimento e insensatezza e non un testo di speranza e di impegno?
2. perché schiacciarsi sull’effimero senza luogo e senza storia della musica leggera, quando si ha in mente di riallacciare un filo identitario con un secolo e mezzo di lotte per la democrazia e per l’emancipazione sociale? Chissà perché un secolo e mezzo? Perché non partire dalla rivoluzione francese o dal messaggio cristiano? Comunque. Volendo fare una citazione, non era meglio cercare nel Canzoniere del movimento operario o, perché no, tra i salmi delle scritture? Di più: non era questo il momento giusto per rompere con la moda delle canzonette che ci accompagna da qualche lustro, dalla “Canzone popolare” alla più recente “Mi fido di te”? Mi sembra che la citazione di Vasco Rossi contraddica in modo più profondo di quanto non appaia a prima vista il doppio messaggio che Bersani intende proporre: avverso da un lato al veltronismo e proteso dall’altro al recupero di una identità che affondi le proprie radici nella storia.
INTERROGAZIONE (PD) SU FONDO LOTTA PANDEMIE
(DIRE – notiziario Sanita’) Roma, 14 lug. – Un’interrogazione a risposta in commissione sullo stato dei contributi italiani al fondo globale per la lotta alle pandemie. A presentarla il deputato del Pd, Mario Barbi, al ministro degli Affari esteri, Franco Frattini. Questo il testo:
Interrogazione a risposta in Commissione:
Barbi. – Al Ministro degli affari esteri. – Per sapere – premesso che: dal 2000 ad oggi, il nostro Paese ha fatto della lotta alle pandemie HIV e AIDS, tubercolosi e malaria un settore importante della sua cooperazione, grazie soprattutto ai 790 milioni di euro versati al Fondo Globale. Dopo il G8 del 2001, quando fu annunciato, l’Italia con una quota del 9 per cento sui contributi complessivi versati ad oggi dai Paesi donatori, e’ diventata il quarto sostenitore finanziario del Fondo. A fronte dei crescenti bisogni finanziari per finanziare la lotta alle pandemia, l’Italia ha progressivamente aumentato il proprio contributo passando da 100 a 130 milioni l’anno dopo il 2005 fino al 2009.
Infine, al G8 giapponese, il nostro Paese si e’ impegnato a finanziare la salute mondiale per 500 milioni di dollari all’anno per i prossimi cinque anni; il Fondo Globale nasce come uno strumento finanziario per sostenere progetti di elevata qualita’ provenienti dai soggetti dei paesi piu’ poveri e piu’ colpiti dalle pandemie. Il suo consiglio di amministrazione e’ composto da Paesi donatori, Paesi partner, settore privato, societa’ civile e rappresentanti dei sieropositivi. La valutazione dell’impatto che le iniziative finanziate dal Fondo Globale hanno avuto sulle tre pandemie e’ attesa per il 2009 ma e’ gia’ possibile indicare alcuni risultati ed una tendenza al miglioramento. Grazie anche, al contributo italiano, il Fondo Globale ha finanziato l’accesso alle terapie salvavita per 1,7 milioni di persone sieropositive. Inoltre grazie all’impegno dei paesi partner e della societa’ civile del sud del mondo, l’efficacia e la qualita’ delle proposte presentate al Fondo Globale e’ progressivamente aumentata, a tal punto che le proposte approvate all’ultimo Consiglio di amministrazione hanno toccato il massimo di 3 miliardi di dollari. Si tratta di un successo che va oltre le aspettative e che, di fatto, priva il Fondo Globale di tutte le risorse finanziarie, per potere accogliere nuove proposte da finanziare nel 2010; per l’Italia, la Finanziaria 2009 rende incerto il contributo 2009 mentre i 321 milioni di euro previsti sulla legge n. 49 del 1987 sono una quantita’ insufficiente per far fronte agli impegni pregressi, il tutto in una situazione di drastici tagli alle risorse della Cooperazione per cui rischia di ripetersi lo scenario del 2006, quando
saltarono i contributi al Fondo Globale, all’Organizzazione Mondiale della Sanita’, a UNAIDS oltre ad quelli di altre agenzie delle Nazioni Unite; l’ambasciatore Massolo, sherpa del Governo italiano per il G8 de L’Aquila, audito dalla Commissione esteri della Camera dei deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva sugli obiettivi del Millennio, ha confermato l’impegno dell’Italia in quanto Presidente del prossimo G8 a insistere sul mantenimento da parte dei Paesi sviluppati, anche di fronte alla crisi economica, degli impegni presi circa l’aiuto pubblico allo sviluppo, rimarcando come i progressi fatti nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio possono essere messi a rischio da questa crisi e anticipando la proposta italiana di un vero e proprio «pacchetto di salvataggio» dei Paesi piu’ poveri nel vertice de L’Aquila; nel corso dell’audizione l’ambasciatore ha ribadito la centralita’ per il Governo italiano del perseguimento dei tre obiettivi legati alla sanita’ e in particolare del sesto obiettivo, mirato al contrasto della diffusione dell’Aids, della tubercolosi e della malaria, finalita’ di cui e’ strumento il Fondo globale che l’Italia intende sostenere con il versamento della propria quota annuale di 130 milioni di euro; lo stesso Ministro interrogato, in occasione della conclusione dei lavori di un seminario internazionale sul ruolo dei Parlamenti per il raggiungimento degli obiettivi del Millennium, ha anticipato l’intenzione dell’Italia di rispettare il proprio impegno per l’anno corrente; tuttavia, stante la situazione di emergenza della nostra cooperazione, priva dei fondi necessari a portare avanti gli attuali progetti, e piu’ in generale la difficilissima sostenibilita’ di ulteriori tagli al bilancio della Farnesina, rimangono perplessita’ sulla effettiva e pronta copertura di tale impegno -: in che tempi e con quali risorse l’Italia intenda realizzare il versamento del contributo di 130 milioni per il 2009.
(5-01604)
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