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Bindi, Pd compimento Ulivo? Bene, ma non può farlo Veltroni che ha sfasciato tutto

pubblicato su www.ulivisti.it

Ho letto con interesse l’intervista di Rosy Bindi al Corriere Della Sera di oggi. Siamo d’accordo con molte cose che dice, a partire dal richiamo
all’unità dei lavoratori e dei sindacati e dal rifiuto di un accordo con Berlusconi per vietare le intercettazioni. Aggiungerei un “no” al
federalismo fiscale di Calderoli, scatola vuota e che non poggia su salde fondamenti istituzionali unitarie.

Sui giudizi relativi al PD e come starci non sempre le mie opinioni concordano con quelle della Bindi.  Innanzitutto dissento dalla sua
scelta di “incidere” sulle scelte del partito accettando come luogo decisionale (o indecisionale) effettivi i caminetti dei capi corrente
a prezzo di una contestuale rinuncia a promuovere una dialettica libera e democratica nell’unico organo di partito democraticamente
eletto: l’assemblea costituente.

La Bindi, che coraggiosamente sfidò Veltroni nelle primarie, avrebbe potuto farlo sulla scia della sfida a Veltroni nelle primarie plebiscito da lei stessa denunciate, e invece non lo fece preferendo una direzione composta per quota correntizie e nominate il 20 giungo da un’assemblea composta solo da un quinto dei delegati eletti. Con quale risultato deludente lo vediamo anche oggi. Per questo penso che la Bindi dia un giudizio profondamente sbagliato su Parisi che, insieme agli ulivisti, ha condotto e conduce una limpida battaglia per la democrazia nel partito e per un partito ulivista guidato in modo trasparente da organi democraticamente eletti e non da “caminetti” in cui si viene “chiamati”.

Concordo invece con Rosy Bindi sull’idea che il PD dovrebbe essere “il compimento dell’Ulivo” ma subito dopo mi interrogo su che cosa la
Bindi intenda come “compimento” e certamente dissento dal giudizio su Veltroni che definisce tutt’ora “l’interprete più autentico del progetto originario”. Ora io penso che Veltroni, sin dal primo passo, sin dal Lingotto, si congedò dall’Ulivo e da Prodi in nome della discontinuità e della “vocazione maggioritaria” da perseguire con un sistema elettorale ma-anchista, cioè proporzionale-disproporzionale.
Rosy Bindi sembra riconoscerlo quando dice “in 24 ore abbiamo scelto di mettere fine all’unione” (non so però chi sia il “Noi”) e mette in
guardia da nuovi colpi di ingegno del genere, ma da quel dato non ricava nessuna conseguenza politica. Eppure è proprio lì, in quella
linea politica e nel modo in cui è stata praticata che ha origine la disfatta di aprile e il verticismo oligarchico che si è impossessato
del partito.

Penso che Rosy Bindi, e lo dico senza spirito polemico, non abbia colto la gravità della sconfitta e l’effetto controproducente del richiamo unitarista. Credo che le dimissioni di Veltroni ed un congresso vero anche con divisioni e discussioni aspre avrebbero aiutato il Pd ha trovare un’unità vera, la sintesi di cui parla Rosy Bindi, che è cosa ben diversa dalla consociazione unitarista dei leader.

Per questo continuo a dire che Veltroni dovrebbe dimettersi, perché questa è la condizione necessaria per la svolta profonda ed autocritica di cui il Pd ha bisogno e perché non ci sono uomini per tutte le stagioni.

Infine tornando al concetto del “PD come compimento dell’Ulivo” per me quel Pd è il partito coalizionale del centro sinistra, in un sistema
bipolare maggioritario. Se non operiamo per questo, se non ci intendiamo su questo, il contrasto alla linea che la Bindi chiama il ”Pd di sinistra” e, complementarmente un’alleanza con l’UDC, sarà inefficace e meramente declamatorio. Perché quella linea che non è mai stata discussa e non è mai stata scartata, una sua coerenza ce l’ha e infatti lavora per la costruzione di partiti identitari collocati in un sistema proporzionale in cui ciascun partito fa per sé. Il contrario, dunque, del Pd compimento dell’Ulivo.’

E’ LA LINEA DI VELTRONI LA RAGIONE DELLA CRISI, NON LE CRITICHE

veltroniE’ il fallimento della linea politica di Veltroni a provocare le critiche al Segretario e non le critiche a metterne in crisi la linea. Vorrei dirlo ad Antonello Soro, di cui apprezzo il garbo e di cui stimo l’equilibrio. Leggo infatti che il capo-gruppo del Pd alla Camera invita tutti a stringersi intorno al segretario e a dargli il tempo necessario per svolgere la sua linea politica, come se il problema nascesse dalle critiche e non le critiche dai problemi. Dire, come fa Soro, che quando un leader è investito dalle primarie non può essere messo in discussione e può essere cambiato solo con un nuovo ricorso al voto degli aderenti al partito, può bastare a sterilizzare il dibattito interno ma non a rafforzare l’autorevolezza del leader. E questo non solo perché Veltroni, che non è il “cireneo” proposto da Soro, ha stravinto le primarie grazie ad un patto oligarchico ds-dl che ha precostituito il risultato ed impedito un vero confronto politico. Ma soprattutto perchè Veltroni ha perso le elezioni in modo disastroso, come effetto di quella “nuova stagione” basata sull’archiviazione dell’Ulivo e su una “rassegnazione attiva” all’imminente fallimento del governo Prodi e al collasso dell’Unione. La richiesta a Veltroni di dimettersi, come quella che io gli rivolgo apertamente, non è dunque la conseguenza del modo un po’ “nevrotico” di reagire alla sconfitta, come afferma Soro, ma del convincimento che la linea di Veltroni vada corretta alla radice e non perseguita con accanimento per i prossimi quindici anni. No, non possiamo augurarci quindici anni di primarie trionfali seguite da disfatte elettorali.

Rutelli: the sound of silence

rutelliLeggendo l’intervista di Rutelli ho provato un senso di vuoto e di sconforto. Mi sembra che viva in un altro luogo. Dice che condivide il progetto di Veltroni e che non si tratta che di implementarlo. Ma a quale progetto si riferisce?
Si capisce che Rutelli ha condiviso con Veltroni l’idea di un Pd che nasceva in alternativa al governo Prodi ed all’Unione. Ma poi, non una parola sulle disfatte dei mesi scorsi, nulla sulla strategia per portare il Pd a vincere. Nulla sulla mancanza di democrazia nel partito. Nulla sul modello istituzionale da perseguire e sulle alleanza da fare. Nulla sul bipolarismo. nulla sulle cause della crisi del Pd.
Soltanto la condanna dell’alleanza con Di Pietro e la disponibilità a fare la riforma della giustizia con Berlusconi. Nulla sulle ragioni profonde della costruzione del partito e sul suo ruolo nella società italiana: soltanto l’enunciazione dell’idea che poiché il problema principale di oggi è la crisi, bisogna puntare sulle proposte contro la crisi, idea accompagnata dal lapalissiano assunto, che significo tutto e nulla, secondo cui -l’identità ed il consenso si formano nella battaglia politica, come dimostra Silvio Berlusconi-. Ricordo a me stesso , prima ancora che a Rutelli, che si disse la stessa cosa quando partì la campagna elettorale per le politiche. Degno di nota mi pare soltanto l’avvertimento a Veltroni, secondo Rutelli leader pressoché assoluto in forza delle primarie, che viene invitato ad esercitare questa leadership assoluta, che non può’ pensare di rimanere al suo posto dopo una botta alle Europee.
Anche se non è detto che il Pd sia in grado di resistere a quella botta. Potrò sbagliarmi, ma non mi sembra che Rutelli parli del Pd come di una cosa il cui futuro lo riguardi troppo.

ENRICO, PIU’ CORAGGIO! PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO?

1361153423_63c92b01a4Per fortuna che nel Pd non ci sono linee alternative al Segretario che richiedano di essere discusse in un congresso! Con il linguaggio garbato che gli è proprio, Enrico Letta, nell’intervista rilasciata oggi a Repubblica, dà colpi mortali alla linea di Veltroni, liquidando la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, che andrebbe “radicalmente rivista”, l’alleanza preferenziale con Di Pietro e la guida romano-centrica del partito. Per uno che dice “lavoro bene con Veltroni e Franceschini” non c’è male. Se le critiche sono chiare, anche se garbate, meno chiara è invece l’alternativa indicata. Che cosa vuole dire che l’Italia è divisa in tre, tra progressisti, moderati e populisti e che “lo schema” centrodestra versus centrosinistra “non esiste più”? E che cosa vuole dire puntare all’alleanza tra progressisti e moderati? Ho l’impressione che Letta, scartando dal suo calcolo i cosiddetti “populisti” (non vorrei che annoverasse in questa categoria gli elettori di centrosinistra che continuano ad opporsi fermamente a Berlusconi e al berlusconismo) condanni anche il “suo” Pd a rimanere la minoranza che è attualmente il Pd veltroniano. Da ultimo, non capisco come, partendo dalla critica, assolutamente centrale e condivisibile, delle liste bloccate del “porcellum”, Letta si dichiari agnostico sulla legge elettorale, equiparando “voto di preferenza” e “collegi uninominali”. Proporzionale o maggioritario? Non è la stessa cosa, anzi! Il proporzionale con preferenze porta a partiti identitari (con l’ovvia conseguenza della dissoluzione del Pd) e alla restaurazione della Prima Repubblica. Il maggioritario con collegio uninominali rafforza il bipolarismo ed evoca partiti coalizionali, direi “ulivisti”, costringendo il Pd ad aprirsi e a unire “progressisti”,  “moderati” e “populisti”. La mia scelta è quest’ulitma. Mi piacerebbe sapere quale è la scelta di Enrico Letta.

  

NOI ALLIBITI CONFERENZA PROGRAMMATICA AD APRILE E’ ANCORA COLPO DI MANO

Roma, 13 gen. – (Adnkronos) – “Siamo allibiti. Bettini ha annunciato che la cosiddetta Conferenza Programmatica del Pd non si terra’ piu’ il 12-13-14 marzo, come deciso dalla direzione il 19 dicembre scorso, ma oltre un mese dopo e per soli due giorni il 17-18 aprile.E’ evidente che, a comizi convocati per le europee, quella che – dicevano – doveva essere il luogo per un vero confronto politico non potra’ che essere null’altro che una manifestazione elettorale’. Lo afferma l’ulivista Mario Barbi, che rincara: ‘Il Pd degli oligarchi dunque e’ pronto a tutto e pur di non discutere contraddice anche le sue decisioni piu’ recenti’.

 

‘Ricordo -aggiunge- che dopo la disfatta alle politiche e a Roma Veltroni propose un congresso in autunno che poi si trasformo’ in un congresso tematico a settembre, quindi in una conferenza programmatica da tenere a fine ottobre,rinviata all’inizio del nuovo anno e finalmente fissata per la meta’ di marzo. La decisione della ‘direzione dei nominati’, presa il 19 dicembre, non ha retto nemmeno un mese’.

 

‘Ora si addurranno motivi organizzativi per spiegare il rinvio, ma e’ evidente che si tratta dell’ennesimo colpo di mano, coerente con tutti gli altri, a partire dalla scioglimento di fatto dell’Assemblea costituente -prosegue- Non vorremmo comunque che alla manifestazione elettorale di aprile, chiamata conferenza programmatica, si arrivasse con decisioni gia’ prese sulla collocazione del partito nel Parlamento di Strasburgo e dopo aver contributo all’approvazione di una legge elettorale che conferma anche alle europee la lista bloccata. In quale luogo peraltro il partito potrebbe prendere democraticamente queste decisioni prima di allora?”.

Dellai, L’Italia non è Trento

 

mapa_italia(Pubblicato su www.ulivisti.it )

Leggo che Lorenzo Dellai, fresco di una lusinghiera vittoria in Trentino, sostenuto da una lista civica da lui ispirata alleata con il Pd e con altre forze politiche locali e nazionali, per tornare a vincere propone al centrosinistra italiano il modello-Trento.

 Dellai sostiene la tesi che il Pd è un progetto sostanzialmente fallimentare perché nel nostro bipolarismo non può aspirare a rappresentare tutta l’opposizione e perché è una fusione mal riuscita, troppo  “socialista” e poco “popolare”. Per tornare a vincere, secondo Dellai, bisognerebbe pertanto dare vita ad una nuova forza di centro, riformatore e popolare, che si allei con la sinistra in alternativa a Berlusconi.

 Siamo d’accordo che bisogna battere Berlusconi e che la vocazione dell’attuale Pd non è “maggioritaria” ma strutturalmente “minoritaria”. Tuttavia, con tutta la stima che provo per Dellai non posso fare a meno di osservare che le sue critiche al “bipartitismo medializzato” ed al Pd attuale, senza una proposta istituzionale ed elettorale con carattere maggioritario, che nel discorso di Dellai mancano, rischiano di tradursi in una critica pura e semplice del bipolarismo e di portare acqua al mulino di chi, come l’Udc di Casini e una parte del Pd, lavora per restaurare la prima repubblica.

 A Dellai vorrei dire che il bipolarismo, con tutti i limiti che conosciamo, ha funzionato e sta funzionando a Trento (dove Dellai è stato scelto direttamente dai trentini presidente della Provincia autonoma) e in Italia (dove, dal 1994 ad oggi, gli elettori alle politiche indicano il capo del governo e scelgono la maggioranza). I limiti del bipolarismo non si superano con un salto all’indietro, dove gli elettori votano i singoli partiti e i partiti decidono poi in parlamento le combinazioni di maggioranza e i capi del governo. Si superano consolidando l’impianto bipolare delle istituzioni repubblicane, a partire dalla reintroduzione di una legge elettorale maggioritaria basata sul collegio uninominale. Un discorso sui partiti senza un discorso sulle istituzioni è monco. E senza questo discorso è monca anche la critica di Dellai al Pd.

 Allo stato delle cose, è però difficile dare torto a chi denuncia i limiti del Pd, arrivando ad evocarne, come fa Dellai, il fallimento. Qui però dissento apertamente da Dellai: il problema non è che ci sia poco “popolarismo” nel Pd. Né che vi sia troppo “socialismo”. Il problema è che non c’è la sintesi che nasce dal confronto vero. Il problema del Pd è la afasia del partito tutto sulle questioni di fondo, a partire da quella istituzionale, da cui dovrebbe discendere la scelta sul partito da costruire sapendo che l’alternativa è tra partito-coalizione e coalizione-di-partiti. Il rischio di fallimento del Pd nasce dal non avere scelto e di avere cercato di coprire la fatica di scegliere con coerenza con delle furbizie che hanno prodotto due errori capitali: 1. le primarie finte, costruite senza confronto politico e con un accordo di vertice per plebiscitare Veltroni e trasferire così “gattopardescamente” popolari e diessini nel nuovo contenitore facendolo nascere “chiuso” (basti pensare alla “sedia vuota” lasciata da Prodi, presidente dimissionario del Pd) e più vecchio che mai; 2. la linea svolta da Veltroni, di rottura con la tradizionale impostazione coalizionale e maggioritaria dell’Ulivo, che ha immaginato che il Pd potesse nascere e prosperare affondando l’Unione di centrosinistra e il governo Prodi. E’ quell’errore che ha reso velleitaria l’ambizione del Pd di rappresentare tutto il centrosinistra e reale la distruzione del suo campo di alleanze.

 La crisi del Pd nasce dunque dal “gattopardismo” delle primarie e dalla disfatta elettorale alle politiche, a Roma e altrove. Dalla crisi non si esce tornando all’antico, al centro-sinistra di D’Alema e Marini del ‘98-’99, o con una “ristrutturazione” a tavolino del campo politico, ma con una svolta profonda e un dibattito vero che conduca ad accantonare la linea perdente di Veltroni ma anche l’alternativa, a me pare impraticabile, indicata da Dellai, rilanciando invece, nelle nuove condizioni, il progetto bipolare e maggioritario dell’Ulivo.

PD: BARBI, SE ENTRA NEL PSE, QUALE SAREBBE SUA NOVITA’?

 

bandiere‘Leggo che Zingaretti sostiene, senza se e senza ma, che il PD dovrebbe aderire al Pse. Legittimo, ma mi chiedo quale sia allora la novita’ che il PD dovrebbe interpretare in Europa’, afferma Mario Barbi, che chiede che la decisione sulla collocazione europea avvenga dopo un ‘confronto aperto’ negli ‘organi eletti democraticamente’, cioe’ l’Assemblea nazionale. Il dibattito sulla collocazione europea avviene, ricorda Barbi, ‘mentre ancora non e’ chiaro per quale motivo Fassino abbia firmato il nuovo manifesto del Pse come segretario dei Ds, o qualcosa del genere, cosi’ come avrebbe fatto anche Rutelli,o qualcosa del genere,con la margherita’.

‘Non vedo nessuna novita’ – aggiunge il parlamentare ulivista – e oltretutto una cosa e’ farsi carico di adempimenti amministrativi per chiudere col passato, una cosa e’ firmare manifesti per la prossima legislatura pregiudicando il futuro.

Per spiegare questo ‘maanchismo’ europeo, in cui siamo novita’ e tradizione nello stesso momento, Fassino e Rutelli citano imprecisati accordi passati, ma dimenticano poi che l’unico vero accordo e’ che se il PD e’ un partito nuovo e in modo nuovo deve decidere sulla sua collocazione internazionale affidando questa scelta ad un confronto aperto e ad una decisione assunta con metodi democratici in organi eletti democraticamente’. (ANSA).

Pd: Barbi, idee Soru incompatibili con partito Veltroni

veltro_8654Roma, 9 gen. – (Adnkronos) – “Fa piacere che Renato Soru esorti il Pd alla continuita’ con l’esperienza di Romano Prodi e dell’Ulivo.
Soru si rende conto che per competere con Berlusconi, in Sardegna e in Italia, il Pd non puo’ correre da solo e deve valorizzare la capacita’ di vincere e l’esperienza di governo che hanno in Prodi e nell’Ulivo riferimenti indispensabili”. Lo afferma l’ulivista del Pd, Mario Barbi.

“Non so invece se Soru si renda conto che la strada che indica comporta una rivoluzione nel Pd -sottolineaBarbi- a partire dall’abbandono della linea finora seguita da Veltroni basata su una ‘discontinuita’ senza futuro nonche’ su una ‘innovazione’ senza contenuti. Quello trascorso non e’ stato infatti un anno di ’successi’, come racconta Veltroni, ma un anno di terribili sconfitte”.

“La straordinaria forza di partecipazione delle primarie e’ stata neutralizzata dagli accordi di potere tra i capicorrente e dal soffocamento della democrazia interna con l’azzeramento della assemblea costituente. Se si vuole salvare il Pd bisogna partire dall’ammissione degli errori compiuti e della disfatta che ne e’ seguita. Percio’ serve un cambiamento profondo, a partire dalla messa in discussione dell’attuale vertice del Pd”, conclude Barbi.