Eluana. Così avrei votato, di fronte alla mia coscienza e al Parlamento
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Quello che segue è un breve ragionamento pubblicato su Ulivisti.it che preparai prima che i fatti anticipassero il momento delle decisioni. La riflessione è ancora però necessaria, questo il mio contributo.
Così ci troviamo a combattere una battaglia che non avremmo mai voluto combattere su un terreno che non abbiamo scelto e che ci mette alle strette. Userò le parole crude e dure alle quali non si può sfuggire. La battaglia che ci troviamo a combattere è quella della vita e della morte: il diritto di morire contrapposto al diritto di vivere. Noi abbiamo mille ragioni per denunciare la strumentalità e il cinismo, la legge contro le sentenze e la forzatura del diritto. Ma prima di tutto questo, nonostante tutto questo, davanti a noi, ineludibile, c’è un disegno di legge di iniziativa governativa che dice: “In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi”. E a questo voto non possiamo sfuggire. E’ un disegno di legge “ad-personam”, ancorché nella tipica forma “erga-omnes”, che interviene in modo prepotente e senza alcuna compassione in una vicenda umana di grande sofferenza e tristezza, avocando ad un giudice supremo, armato di un appropriato braccio secolare, la difesa della vita in generale: contro ogni pietà particolare in nome di una pietà generale e contro ogni individuale compassione in nome di una generale compassione. E’ successo che quella che non avrebbe mai dovuto diventare una bandiera è diventata una bandiera dietro alla quali si schierano folle politicamente ed ideologicamente impegnate. Cariche di certezze, contro ogni dubbio ed ogni prudenza. Non avrebbe dovuto succedere. Io voterò contro quella norma. E mi ribellerò contro coloro che vorranno biasimarmi per questo voto cercando di gettarmi nel campo dei nichilisti. Non avrebbe mai dovuto succedere. Io non voterò contro quella legge perché sia un seguace della bandiera della “libertà di morire”, del principio di autodeterminazione dell’individuo che troverebbe nella scelta di come morire l’espressione suprema della propria libertà. No, non è per questo che voterò contro quella legge. Io rabbrividisco al pensiero di una società in cui il “diritto di morire” sia affidato lievemente alla libertà di ciascuno perché penso che una società in cui la cifra della morte diventi un banale e routinario dare seguito alle “volontà” del paziente si rischi di creare una temperie culturale in cui la morte, prima di essere voluta dalla persona in fin di vita, sia attesa dall’ambiente che la circonda (dai familiari agli enti medico-sanitari fino agli istituti previdenziali), da un ambiente che finisce per pre-giudicare e per svuotare, pesantemente condizionandola, quella scelta che si voleva libera e che invece finirà per poter essere molto sottilmente etero-diretta. Voterò contro quella legge e contro la sua assoluta certezza di ciò che si debba e non si debba fare non per ragioni giuridiche (difesa delle sentenze, che, peraltro, sono contraddittorie), ma perché quella norma misconosce la ragionevolezza e l’umanità dei familiari che accudiscono il malato, basata sulla prognosi dei medici che non lascia alcuna speranza. L’anima non è più in quel corpo. Voterò contro quella norma non perché io pensi che si possa entrare nel merito di quale vita è degna di essere vissuta. No, voterò contro perché nemmeno penso che sia lo stato a dovere disporre della vita degli individui e a tutelarli da se stessi e contro se stessi. C’è qualcosa di profondamente e dolorosamente non-convincente nello stato che si fa Antigone e nel privato cittadino trattato da Creonte. Nella legalità non c’è, non può esserci, la assoluta certezza della giustizia. Ci sarà sempre una tensione tra la legge degli uomini e la legge di “dio” (o dell’uomo), almeno mi auguro che questa tensione così feconda e caratteristica della nostra civiltà non ci venga sottratta da una rinnovata scoperta di identità tra legge e morale. Perchè forse sarebbe peggio. Purtroppo il danno è stato fatto. Le bandiere sono state issate. Il clamore ci circonda e invocare la saggezza di chi non vorrebbe che queste questioni fossero affidate alle “leggi” degli uomini, che hanno la presunzione della certezza e che pure sono umanamente e terribilmente imperfette, è ormai vano: eppure vorrei dire che il principio di umanità e di intangibilità della dignità umana più che dallo Stato è meglio corrisposto dal riconoscere il carattere singolare di ogni vicenda e la “zona grigia” in cui la ‘pietas’ trova la forma in cui manifestarsi con la necessaria riservatezza e nel consulto, ove il paziente non sia più cosciente, tra familiari e medici. Lo Stato della assoluta verità non è migliore dello Stato del relativismo laico. Voterò no, ma chiedendo di non essere annoverato tra i seguaci di una delle due bandiere che ora vengono agitate. Vorrei che coloro che votano sì e condividono la stessa mia scelta di campo politica, che io profondamente rispetto, aiutassero a smontare le barricate e ad ammainare le bandiere di uno scontro che non avrebbe mai dovuto cominciare e men che meno avrebbe dovuto assumere queste forme.
Ciò detto, la strumentalità ed il cinismo di chi ha dato fuoco alle polveri dovrà essere oggetto di una riflessione severa ed autocritica: Berlusconi ha dimostrato che per affermare il proprio primato ed il proprio potere non recede dinanzi a nulla. Non dinanzi al pudore, né alla compassione né al garbo istituzionale. Anzi: se il terreno dello stato-etico gli promette un vantaggio egli non teme di scendere su quel terreno sfidando i principi dello stato laico, i poteri costituiti e la divisione dei poteri. Lo avevamo detto che Berlusconi non è un semplice avversario, non è banalmente “il principale esponente del campo a noi avverso”. Berlusconi non conosce mezze misure. Berlusconi rifiuta il pareggio: l’unica sua misura è la vittoria. O la sconfitta. Il tema della sconfitta politica di Berlusconi è ritornato di estrema attualità. Berlusconi è un problema per la democrazia. Chi lo ha sempre detto non può che ripeterlo e ricordare che la “realtà” (con la hegeliana durezza delle sue categorie) non cambia perché si cambiano il colore e la misura delle lenti degli occhiali. Penso al Pd ed alla sua linea politica: non avere avuto una analisi di Berlusconi e del berlusconismo, dei conflitti di interessi e dell’affarismo, ed anzi, avere accantonato quella che avevamo per sostituirla con una idea di un “Berslusconi normale” con il quale dialogare e fare accordi ci ha lasciati inermi e ci ha fatto perdere il senso delle cose. Ora, di fronte a questa ri-“scoperta” rischiamo di metterci di nuovo nell’angolo attestandoci su una posizione di mera conservazione della Costituzione che equivale a protenderci verso la “restaurazione”. Non ho bisogno di dire che considero intangibili – vorrei dire “sacri” – i principi fondamentali della nostra Carta. Noi tuttavia se vorremo riuscire a sconfiggere Berlusconi dovremo farlo non in nome della “conservazione” ma del “cambiamento”. Ma è invece purtroppo questa proposta di cambiamento che ci manca. Ovvero che non abbiamo il coraggio di esporre e di sostenere con la dovuta forza: una proposta dovrebbe partire dal farsi carico delle istituzioni forti di cui la Repubblica ha bisogno sapendo che questo è il solo modo di prevenire e soffocare sul nascere la domanda e la corsa di un qualche uomo forte.
1 comment so far
concordo su tutto, anche sulle ultime righe.
bravo Barbi!