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IMMIGRAZIONE: BARBI (PD), SIAMO AL’EMERGENZA UMANITARIA
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Lascia un Commento ROMA, 31 MAR – Mario Barbi, del Pd, definisce ‘una vera emergenza umanitaria’ il ripetersi di tragedie legate all’immigrazione.
‘Di fronte al fenomeno epocale dei flussi migratori – prosegue Barbi – il governo farebbe bene ad evitare di illudere il paese su rimedi miracolistici con effetti immediati’.
‘L’unica cosa che ci aspettiamo – aggiunge Barbi – e sulla quale saremmo pronti a dare il nostro contributo, e’ che il ministro Maroni rafforzi i monitoraggi delle nostre coste per accogliere le navi della disperazione: per noi il contrasto all’immigrazione clandestina deve essere affrontato su scala europea e nella lotta contro la tratta degli esseri umani dobbiamo prendercela con gli schiavisti e non con le loro vittime’. (ANSA).
Red
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Mario Barbi intervistato a Red, all’interno della trasmissione “Titoli” del 6 marzo 2009
Intervistatore:
Abbiamo deciso di affrontare un tema: la nostalgia di Prodi. C’e’ nell’aria una qualche rivisitazione di una stagione che è bruscamente finita, ed oggi è stata rivalutata.
Il primo a rivalutarla è stato Giulio Tremonti ma anche nel Pd e nel centrosinistra in generale c’e’ aria di rivisitazione. Per questo abbiamo invitato Mario barbi, parlamentare del Pd, non dirò Prodiano ma Ulivista convinto.
Intanto le chiedo se questa valutazione che sinteticamente facevo le sembra condivisibile.
Barbi:
Condivisibile è la consapevolezza crescente che il tentativo fatto da Prodi e dall’Unione di governare il paese con una coalizione di centrosinistra era un tentativo serio, era un tentativo che aveva richiesto un grande sforzo ed una grande fatica di elaborazione programmatica, nonostante la rappresentazione che si è data nei due anni di governo e che probabilmente bisogna rivalutarla anziché liquidarla sommariamente come ad un certo punto è stato fatto pensando che ci fossero alternative più facili e più semplici.
Intervistatore:
Ma quali sono secondo lei i punti ed i temi su cui la ricetta di Prodi viene rivista con grande favore. A me viene in mente il tema delle alleanze, ma non solo quel tema.
Barbi:
Il tema delle Alleanze è il tema della maggioranza, per governare un paese occorre avere la maggioranza dei seggi in parlamento in una democrazia parlamentare come la nostra. Il tema della maggioranza Prodi se lo era posto ed ancorché con quel risultato incerto al Senato la maggioranza nel 2006 l’avevamo avuta in entrambe le camere. Dopo di che la maggioranza è condizione necessaria ma insufficiente a governare. Occorre che ci sia una compattezza di questa maggioranza e occorre che ci sia un programma sul quale questa compattezza si misura. C’erano alcune linee di fondo che il centrosinistra aveva programmaticamente messo a punto ed erano linee politiche che riguardavano questioni di giustizia sociale e fiscale, erano questioni che riguardavano la modernizzazione del paese e quindi le infrastrutture e l’ammodernamento della gestione dei servizi. Era una politica di moderata liberalizzazione di una serie di settori protetti e chiusi. Complessivamente una politica che aveva a cuore la modernizzazione del paese in una quadro di giustizia sociale e fiscale crescente.
Intervistatore:
Le chiedo anche un altro aspetto, anche se ho molti dubbi su questi punti.
Non c’e’ anche un elemento antropologico, politico, identitario che ha fatto di Prodi l’unico leader ad averlo sconfitto 2 volte? Ecco Romano Prodi come vera alternativa umana e culturale a berlusconi?
Barbi:
Guardi la cosa è per me così evidente che non mi è nemmeno venuta in mente. L’alternatività di Prodi e del centrosinistra di Prodi a Berlusconi e al centrodestra di Berlusconi mi sembra un tratto scontato: lei dice antropologico, non so se lo sia, ma certamente c’e’ una sensibilità ed un paradigma di priorità ed un modo di concepire l’ordine del paese così diversi ma che mi sembrano talmente scontati da essere addirittura, nel mio rispondere ora, rimasti in secondo piano. C’e’ nel centrosinistra di Prodi un immediata alternatività al centrodestra di Berlusconi.
Intervistatore:
Pensiamo al consenso di cui gode Berlusconi oggi nonostante la crisi, eccezione rispetto a tutti gli altri capi di governo stranieri, lei come pensa che di fronte a questa crisi, che Berlusconi vive a modo suo, Romano Prodi avrebbe reagito? Con meno ottimismo? Con un senso di rattenuta e composta attenzione? sarebbe stato più vicino anche a chi sta peggio da Palazzo Chigi? faccia qualche esempio…
Barbi:
Sono congetture che lasciano qualche incertezza. Il governo attuale, Berlusconi ed i suoi ministri danno della crisi un’idea così diversa e contraddittoria che intanto lasciano chi li ascolta nell’incertezza su cosa pensino della situazione attuale. Io penso che la situazione attuale sia una situazione complessa, grave, difficile, che comincia a produrre effettivi sociali significativi con, ad esempio, una cassa integrazione, direi dilagante ma limitiamoci a dire crescente e attese molto negative sulla disoccupazione incombente ed in particolare su quella parte, ahimè, estremamente numerosa di lavoratori che sono detti atipici, che sono quelli che hanno contratti a termine di vario genere e di varia natura e che hanno poche rassicurazioni e garanzie sociali legate ai loro contratti. Ci muoviamo in questa situazione difficile. Io credo che se ci fossimo trovati al governo ci saremmo trovati in grande accordo con l’amministrazione americana che ha appena sostituto l’amministrazione Bush, l’idea quindi che questa crisi va affrontata con decisione.
(video di archivio dell’imitazione di Romano Prodi fatta da Corrado Guzzanti)
Barbi:
Romano Prodi è persona di grande cordialità e con una dose di autoironia
Intervistatore:
Ecco ma nel centrosinistra è stato Prodi a mandare più di tutti gli altri a quel paese Berlusconi…certe volte molto più di Veltroni.
Barbi:
Perché non c’e’ nessun senso di inferiorità
Intervistatore:
Altri invece ce l’hanno?
Barbi:
Non lo so, so che là non ce n’è.
Intervistatore:
Ecco io le chiedo scientemente poichè se ne parla, cosa pensa dell’ipotesi di richiamare in servizio Prodi? Cosa che sembra assurda ma forse non lo è così tanto…
Barbi:
Ecco io avevo detto che non avrei risposto a nessuna domanda che riguardasse Prodi e le sue decisioni personali, fossero anche politiche.
Intervistatore:
Ma crede ci sia questa voglia? questa tentazione?
Barbi:
C’e’ la necessità di ricostruire un centrosinistra che ambisca a vincere e abbia gli strumenti.
Intervistatore:
Però senta non mi dirà che si aspettava che Tremonti cominciasse a ricoprire di complimenti gli articoli di Romano Prodi sul messaggero.
Barbi:
Ma vede Tremonti, che io non conosco se non per averlo incontrato in occasioni pubbliche e parlamentari, ha dimostrato di essere persona piuttosto versatile e piuttosto duttile nel manipolare, maneggiare le idee. Io ricordo un Tremonti che era un antieuropeista, diciamo euroscettico. Ora ascolto un Tremonti che parla di Europa come ancora di salvezza, che parla di eurobond, cioè parla di titoli europei, che io sottoscriverei qui perché considero l’Europa come il grande assente di questa vicenda e per noi che siamo un paese sul crinale, in una crisi così difficile, l’Europa è uno scudo ed una garanzia del quale abbiamo ancora più bisogno e lo vediamo ancora di più oggi con l’euro. Oggi, al di là di tutti i dubbi e le incertezze, noi siamo quelli, più degli altri, che avrebbero bisogno che questo soggetto esistesse.
Intervistatore:
Qualcuno dovrebbe chiedere scusa a Prodi? e mi riferisco a qualcuno nel centrosinistra o nel Pd?
Barbi:
Non mi occupo di etichetta.
Intervistatore:
le cito questa cosa detta da Bertinotti “ il progetto dei democratici è fallito o ad essere molto buoni è in crisi molto profonda.”
Barbi:
la crisi è sotto gli occhi di tutti, le dimissioni di Veltroni hanno testimoniato questo passaggio di crisi. Credo che la ripresa sia possibile.e che per la ripresa occorra tenere i piedi per terra e Franceschini sembra tenerli. Mi sembra una condizione positiva, non sufficiente ma positiva dopodiché bisogna anche avere un idea un po’ più grande e anche qualche coraggio in più nel tipo di sistema politico al quale si crede.
IL PD AL TEMPO DI FRANCESCHINI: SPERANZE E TIMORI – contributo alla riflessione –
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Lascia un Commento IL PD AL TEMPO DI FRANCESCHINI: SPERANZE E TIMORI- contributo alla riflessione -
Le dimissioni di Veltroni hanno chiuso la prima fase della breve storia del Pd.Franceschini ne ha preso il posto accompagnato dalla domanda se sarà all’altezza delprogetto che gli è stato affidato in condizioni assai precarie: sondaggi tra il 22 e il24%, forti dualismi locali tra strutture di partito e vertici istituzionali delleamministrazioni e, soprattutto, orfano di strategia. La risposta, per quanto miriguarda, è aperta. Sia dal punto di vista elettorale che dal punto di vista della naturadel partito che prenderà forma in questo secondo tempo della vicenda del partito. Eanche dal punto di vista della strategia. Per chi ha sempre denunciato gli errori diVeltroni e della composita, ampia e indifferenziata – ancorché divisissima -maggioranza che lo ha sostenuto, la rinuncia del segretario plebiscitato alle primariepuò essere considerata un risultato con effetti potenzialmente salutari per il partito.Una condizione necessaria ancorché non sufficiente per il rilancio del partito.Volentieri vorrei dare credito a Franceschini e non posso che augurarmi, edaugurargli, di riuscire nella non semplice impresa. Tuttavia, questo augurio non puònon fare i conti con la realtà. In generale, ci si deve chiedere se la reazione del partitosia stata all’altezza della crisi: a partire dall’Assemblea nazionale del 21 febbraio. Ionon ne sono sicuro. La mia risposta perciò è in chiaroscuro: vi sono luci ed ombre,rischi ed opportunità. E cerco di spiegarmi.
1. La sconfitta resta inspiegata e il Pd è orfano di strategia.
Riepiloghiamo gli “errori” di Veltroni e della sua coorte di capi-corrente: l’investituraunanimistica che ha trasformato in un plebiscito le primarie; la retorica del Lingotto:vale a dire la discontinuità con l’Ulivo e la presa di distanza dal governo Prodi e dallacoalizione di centrosinistra; l’avere scambiato l’avversario politico da sconfiggere,cioè Berlusconi, per il partner principale nel dialogo sulle riforme e, addirittura, in unpotenziale alleato per il governo; la scelta proporzionalista e (quasi)solitaria per lepolitiche (abbiamo visto come la linea “soli al centro e insieme in periferia” abbiafallito sia al centro che in periferia). La sconfitta strategica del Pd e del centrosinistraalle politiche dell’aprile 2008 (e poi a Roma etc.) nasce da quegli errori e non c’èrilancio possibile senza prima avere chiamato la sconfitta “sconfitta” e senza avereprima chiamato gli errori “errori”. La strategia di Veltroni era velleitaria e perdente.Ora il Pd è orfano di strategia. Parisi, nella sua generosa e disinteressata candidaturaalla segreteria, ha cercato di attirare proprio su questo l’attenzione dei delegati,ottenendo, senza alcuna preparazione e organizzazione, circa il nove per cento deiconsensi. In quelle condizioni è un risultato più che lusinghiero, ma il grosso delpartito presente ha scrollato le spalle ed è passato oltre. Non ha ascoltato. Ha rispostoal “riflesso” di fare quadrato. Con il risultato che Franceschini è stato eletto segretariocon una maggioranza ancora più larga di quella che aveva eletto Veltroni. E’cambiato il segretario, ma la direzione del partito è rimasta la stessa nonostante iGaranti del Pd ne abbiano constatato la dubbia legittimità. Ma l’Assemblea non haavuto tempo di occuparsene e così è rimasta in carica quella direzione dei 120,composta in base alle quote correntizie, che fu ratificata nell’assemblea del 20 giugno2008 alla quale parteciparono poche centinaia di delegati. So che insistere su questecose è considerato da molti una perdita di tempo o addirittura un danno. Eppure, sonoconvinto che sulla democrazia pilotata e sulla rimozione non si costruisce un partitocosì come sono convinto che senza verità non c’è futuro. Ma non è forse questo che èaccaduto quando Franceschini ha detto: gli errori di Veltroni sono i miei errori?
2. Le correzioni di linea di Franceschini.
Anche se in modo non esplicito e nel segno dell’omaggio e della dichiarata continuità con Veltroni, il neo-segretario del Pd ha introdotto alcune correzioni di linea e digestione del partito che ritengo apprezzabili. E che sono di fatto in discontinuità con la precedente segreteria. Ecco i punti che mi sembra caratterizzino le prime scelte diFranceschini: a) il neo-segretario sembra avere accantonato la presunzione che il Pdpossa mai vincere da solo (vocazione maggioritaria) e ha riproposto come orizzontenecessario per il Pd quello della coalizione di centrosinistra. Certo il passo ècompiuto con circospezione e senza fare precisazioni e indicare predilezioni, ma noninsistere con la ‘damnatio memoriae’ dell’Ulivo e dell’Unione è già qualcosa ed è lacondizione minima per riconsiderarne il valore e il significato politico e strategico; b)Franceschini ha scosso il Pd da uno strano stato di oblio, riproponendo il fatto cheBerlusconi è Berlusconi e che la cultura di cui è portatore il leader della destra è unacultura plebiscitaria e carismatica, portata a cercare il rafforzamento del poterepersonale anche in attrito con le istituzioni democratiche e senza temere forzaturecostituzionali. Non posso che condividere. Il Pd aveva messo tra parentesi il temadell’opposizione decisa al berlusconismo (mai capito perché: per non ostacolare il”dialogo” o per non apparire dipietrista?), come se non volesse guardare in faccia cheil suo tratto tipico è quello di fare leva sull’emergenza e sull’eccezionalitàproducendo una legislazione “in deroga” e per decreto-legge (Alitalia e interessiprivati in affari pubblici, leggi ad personam e lodo Alfano, immigrazione e sicurezzae ronde, rifiuti, “piano-casa”, etc); c) Franceschini ha inoltre inaugurato una linea piùnetta su questioni controverse (diritti individuali, per es.) ed ha in particolarequalificato il partito assumendo il tema centrale della crisi dal punto di vista delle sueconseguenze sociali (l’assegno di disoccupazione per tutti coloro che perdono illavoro) e affrontando in modo non subalterno il tema della riforma del capitalismoglobalizzato, della regolamentazione dei mercati e del ruolo pubblico per la ripresadell’economia restituendo infine dignità all’idea che un partito progressista come ilPd deve avere il coraggio e l’ambizione di proporre un “modello di società”; d)Franceschini ha anche invertito la tendenza alla gestione romano-centrica del partito,costruendo una segreteria in cui contano gli amministratori locali e gli insediamentiterritoriali più forti pur con concessioni a quella idea discutibile del rinnovamento checoinciderebbe con il “ringiovanimento” (resto del parere che, sempre e tanto più inquesti tempi di attese di vita crescenti e di posticipi dell’età pensionabile, quello checonta di un dirigente di partito siano le idee e non la carta di identità). Ha sciolto ilgoverno-ombra. E questa è un’ottima cosa perché il governo-ombra non era soltantola scimmiottatura di un corpo estraneo al nostro ordinamento istituzionale, ma eradoppiamente dannoso perché si poneva come un tappo sull’iniziativa e sullaresponsabilità dei gruppi parlamentari e incentivava la distrazione dall’attività dipartito – indirizzandola verso il parlamento – di quei dirigenti (“ministri-ombra”) cheavrebbero dovuto dare impulso alla costruzione del Pd dandogli un orizzonteprogrammatico ed ideale non contingente. La “discontinuità” con la gestione diVeltroni è tuttavia meno netta di quanto si sia voluto fare apparire (basta vedere chisono i responsabili dei dodici dipartimenti, a cui vanno aggiunti i responsabili diquattro aree di partito, per constatare che lì – con appena qualche novità – c’è buonaparte del governo-ombra così come del disciolto coordinamento). Forse le novità piùrilevanti, in prospettiva, sono nelle caselle organizzazione e coordinamento deisegretari regionali. E’ attesa la nomina di un organo intermedio tra la direzione (cheFranceschini ha intenzione di mantenere benché sia politicamente obsoleta e didubbia legittimità) e la segretaria in cui oltre alle cariche operative siano presenti le”personalità” non comprese nella segretaria o nelle funzioni esecutive di partito.
3. Il rischio è lo snaturamento del progetto.
Nel mezzo della crisi si è parlato di possibile implosione o frantumazione del partito.Il rischio c’è, ma probabilmente non è quello maggiore. Ben più forte a me sembra ilrischio che il partito cambi pelle e diventi un’altra cosa. E’ una metamorfosi che puòcompiersi progressivamente nel cumularsi di scelte soggettive e di circostanzeoggettive. Ci sono, a mio parere, almeno tre fattori di rischio: a) il primo è quellocontenuto nella scelta dell’Assemblea del 21 febbraio di scartare le primarie e di fareeleggere ai delegati il nuovo segretario. Quella scelta, motivata dalla prudenza e dallacautela nonché dal timore di lacerazioni ingovernabili, ha rappresentato una fratturarispetto al modo in cui il partito è nato. Quella scelta ha privato il partito dellapossibilità di ri-partire non rinnegando il modello delle primarie aperte, ma piuttostoconfermandolo e correggendolo dalla interpretazione politica unitarista e plebiscitariache ne era stata data con la candidatura di Veltroni. Negli interventi fatti in aperturadell’Assemblea pro e contro le primarie per scegliere il successore di Veltroni c’èl’unico vero e denso confronto politico che si sia svolto nel partito da quando esso hapreso forma: purtroppo gli si è dedicato appena un’ora e mezza. Cinque a favore ecinque contro e poi il voto. Nel momento della difficoltà si è scelto di chiudersi in sestessi anziché aprirsi e cercare nuovo slancio nel confronto aperto e nellapartecipazione libera. E’ stato detto che questa scelta, fatta da una maggioranza di piùdell’80% dei delegati presenti (un po’ meno della metà del totale), è conforme alloStatuto e che tanto basta per renderla giusta e legittima. Legittima non c’è dubbio.Giusta non lo so. Io vedo la risposta che è stata data alla crisi come una occasioneutilizzata per fare pendere la bilancia dal partito aperto delle primarie verso il partitochiuso degli iscritti. Vedo il partito nuovo trasformarsi in un partito tradizionale chesi avvia verso un tesseramento pieno di incognite ed un congresso in cui certa è lafase uno (la conta degli iscritti) e incerta la fase due (le primarie tra candidatiselezionati dagli iscritti); b) il secondo fattore di rischio è la collocazione europea delpartito. Se il Pd finirà per aderire al gruppo socialista al parlamento europeo avràsprecato l’occasione più importante per affermare politicamente eprogrammaticamente il tratto innovativo che lo caratterizza e con il quale vuolecaratterizzarsi a livello europeo. Non importa come la scelta verrà spiegata e qualielementi distintivi verranno introdotti per diluire o dilazionare l’adesione al grupposocialista esistente. Quello che conterà sarà l’esito e, al limite, l’apparenza ancora dipiù che la sostanza dell’approdo. Quando si dice che in Europa noi del Pd dovremostare insieme, ma non potremo rimanere da soli e che non potremo prescindere da unrapporto con i socialisti, a quale esito dobbiamo pensare? Trovo inspiegabile cheanziché porre l’accento sulla qualità del discorso europeista, che potrebbecaratterizzare il Pd in Italia e in Europa in una fase drammatica come quella attuale,si vada in cerca di una compagnia numerosa che garantisca al Pd qualche postovisibile nell’Europarlamento. Un parlamento, peraltro, che non vota la fiducia a ungoverno e che dovrebbe avere come impegno prioritario quello di spingere i governinazionali a costruire l’Europa federata e non a smontare o a svuotare l’Europacomunitaria che già c’è. Comunque, in queste condizioni, se l’esito dovesse esserel’adesione al Gruppo del Pse non si potrà fare a meno di pensare che il Pd è il partitosuccessore dei Ds e che in esso ha prevalso l’elemento di continuità con una sola delle due formazioni promotrici del partito; c) il terzo elemento che avrà unainfluenza rilevante nella determinazione della natura del Pd è ovviamente l’assettodel sistema politico e delle regole elettorali. A me sembra evidente che in un assettoproporzionale (non importa con quale sbarramento) in cui i partiti vanno da soli -come piacerebbe all’Udc, ma anche a tante parti del Pd – l’assetto bipolare delsistema politico verrebbe meno e con esso l’incentivo a formare dei partiti politicilarghi e plurali. Un’evoluzione di questo tipo incentiverebbe la nascita di partitiidentitari (anche se tardo-identitari), tipo quelli tedeschi o austriaci e sarebbe esizialeper il progetto originario del Pd. Anche l’attuale legge elettorale, che premia lecoalizioni, non assicura il futuro del Pd come partito tendenzialmente di tutto ilcentrosinistra perché quella legge (al di là di come è stata interpretata politicamentenelle elezioni del 2008), strutturalmente, punisce le solitudini e premia laframmentazione. Il caso sarebbe diverso se passasse il referendum che assegna allalista più votata il premio di maggioranza: in quel caso il Pd dovrebbe misurarsi con lacostruzione di una lista che avrebbe insieme i caratteri del partito e della coalizione edovrebbe quindi agire e strutturarsi di conseguenza. Similmente, il Pd sarebbe portatoad accentuare la ricerca di apertura e a strutturarsi in modo plurale ed innovativo conun sistema elettorale basato su collegi uninominali in cui conta la persona delcandidato e la ricerca del consenso collegio per collegio. A me pare che il Pd abbiasenso se si cerca di realizzarne l’ispirazione più autentica ed originaria che è quella diconcepirlo e di praticarlo – tendenzialmente e strategicamente – come il partitoinclusivo di tutto il centrosinistra. Perciò penso che il Pd dovrebbe fare di tutto percercare di tornare al sistema maggioritario del collegio uninominale (ancheconsiderando il prossimo passaggio referendario come una tappa in questo senso) eper evitare la proporzionale di partito. Non spendo parole sul fatto che dietro questoapproccio vi sia una visione non di parte, bensì l’idea istituzionale di una democraziagovernante bipolare e ben funzionante. Se questa riflessione ha qualche elemento diverità, è davvero sconcertante che su questa questione dirimente ed esistenziale per ilpartito, non vi sia mai stato un confronto vero ed una decisione impegnativa.Cercando di tirare le somme di queste riflessioni, il quadro che esce è quello di unsegretario che (sostenuto da un apparato di partito intimorito e prudente) ha deciso ditenere i piedi ben saldi sul ponte dell’imbarcazione in pericolo, dandosi da fare perriparare le falle maggiori e per raddrizzare una barca pericolosamente inclinata e arischio affondamento: è la condizione per ritrovare una rotta. Ma non si può tacere ildisagio per il modo in cui tutto questo avviene: un po’ in tono minore, eludendoquestioni di fondo, rinviandole, come peraltro è successo finora, ad un altro momento(dopo le elezioni, al congresso…), surrogando le scelte non fatte e i nodi non sciolticon il richiamo all’unità e a remare tutti nella stessa direzione. Insomma, il Pd è inmezzo al guado. Franceschini sta provando a ri-motivare il partito senza fare volipindarici e invitando tutti alla concretezza e alla coesione. Basterà? Dalla sua ha lariduzione delle aspettative e delle ambizioni, che potrebbero consentire al Pd disuperare la prova difficilissima delle europee e delle amministrative del prossimogiugno. Dopo di che le questioni irrisolte e rinviate si ripresenterebbero e non èsicuro che dal congresso che si annuncia, basato più sugli iscritti che sulle primarie,esca un partito che corrisponda alle ambizioni di novità, apertura e pluralismo chedovevano essere la cifra del Partito democratico inteso come compimento delprogetto dell’Ulivo e tendenzialmente come il partito di tutto il centrosinistra che sicandida al governo in un sistema politico bipolare ben funzionante.
Roma, 10 marzo 2009
Intervista a Radio Popolare del 22 febbraio 2009
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Lascia un Commento (da un intervista a Radio Popolare del 22 febbraio 2009)
Mario Barbi deputato del partito democratico, il tema della costituzione sarà il tema principale di questo partito democratico in previsione delle elezioni europee ed in previsione del congresso di ottobre. ci sono altri temi sui quali Franceschini punterà o sui quali dovrebbe puntare.
Franceschini ha compiuto alcuni gesti simbolici ed ha fatto alcune dichiarazioni politiche importanti che sono state appena illustrate nell’intervento precedente. Credo che la scelta di svolgere una posizione decisa ed intransigente al governo in carica e alla destra, a Berlusconi ed ai rischi di snaturamento delle istituzioni democratiche che l’azione di questo governo sin dall’inizio ha annunciato, con iniziative legislative contrassegnate sempre dal segno dell’emergenza e dalla deroga alle procedure democratiche ordinarie, sia un fatto importante. Ed è anche un segnale di discontinuità al modo ondivago, incerto ed indeciso con il quale ci si è mossi fino ad ora, e con il quale Veltroni ha caratterizzato la propria azione precedente. Se questo segnale sia poi mantenuto, sia sufficiente, questo non lo so e mi riservo di vedere Franceschini all’opera.
Ecco in questa prima uscita di Franceschini lei si riconosce, lei è contento?
Vorrei fare una distinzione piuttosto nitida tra il credito che non voglio togliere a priori a Franceschini e alla possibilità che svolga una azione politica felice per la ricostruzione di un opposizione larga al governo in carica ed invece il giudizio sul partito, e innanzitutto all’assemblea di sabato che è un giudizio molto perplesso.
Non so se il partito che è uscito dall’assemblea di sabato sia ancora il partito democratico che volevamo fondare e se sia oggi in grado di mantenere l’ambizione per la quale e con l quale l’abbiamo l’abbiamo fondato.
L’ambizione con la quale noi abbiamo fondato il partito democratico era di far nascere un partito che fosse il partito del Centrosinistra, nel segno dell’Ulivo, che in un sistema politico bipolare e maggioritario fosse in grado di raccogliere tutte le culture del campo del centrosinistra. Non so se questa sia la strada scelta sabato. Temo di no, perché aver rinunciato alle primarie e avere scelto il partito delle tessere ci porta lungo una china che sarà difficile da gestire e che sarà una china necessariamente identitaria e probabilmente non maggioritaria. Vorrei sapere, ad esempio, cosa farà il partito rispetto al prossimo referendum elettorale che in fondo riproporrà la scelta tra maggioritario e proporzionale.
Ecco Barbi, rimaniamo su quanto accaduto nei giorni scorsi, su quanto accaduto sabato. Un altro dato su cui si è detto ma sul quale vale la pena rimanere per qualche minuto: la presenza dei delegati. Certamente meno della metà. Lei questo dato come lo legge, qualcuno lo interpreta con i ridotti tempi, 3 giorni. E’ un elemento che rafforza o indebolisce?
Naturalmente se noi compariamo questo dato dei 1200-1300 delegati di sabato con le poche centinaia di delegati che si presentarono all’assemblea del 20 giugno scorso, assemblea che noi contestammo per mancanza del numero legale e che diede avvio ad una diatriba politica molto aspra sulla democrazia interna, questi di sabato sono molti di più. Quindi diciamo un segno di vita. Mi pare però che fossero anche molto disciplinati questi delegati. E’ che, mossi da un timore comprensibile, abbiano fatto una scelta che viene presentata come una scelta di continuità ma che è anche di rottura. Continuità nella fiducia riposta nel gruppo dirigente di cui Franceschini fa parte. il quale tuttavia non ha spiegato le ragioni della sconfitta né quale linea politica intende sostituire a quella che è stata seguita finora. Ricordo una frase per tutte detta da Franceschini “gli errori di Walter Veltroni sono i miei, me ne assumo interamente la responsabilità”: vorrei però che venissero elencati e che potessimo discuterne. Non è stato fatto neanche sabato.
Quindi: continuità nella fiducia al gruppo dirigente e discontinuità rispetto alla forma di partito che noi avevamo scelto quando demmo luogo alla fondazione del Partito Democratico. Ripeto è stata respinta l’idea di ricorrere nuovamente alle primarie e quindi ai nostri elettori, ai cittadini in modo aperto per scegliere la nuova leadership subito ed è stata imboccata una strada che guarda indietro, che torna indietro nella scelta del partito delle tessere. Radicamento e sezioni. E’ una scelta che va benissimo, legittima ma è una scelta molto tradizionale che immagina una repubblica in un sistema politico proporzionale e che probabilmente non è all’altezza delle sfide che noi abbiamo e che noi dobbiamo affrontare come paese democratico.
Appello parlamentari Pd per Election day e Sì ai referendum elettorale
Appello parlamentari del Pd per l’election day e il Sì del partito ai referendum elettorali
1. Non esiste alcuna ragione per la quale in un contesto di grave crisi economica e sociale si debbano spendere 400 milioni di euro non inserendo i referendum nell’election day. I cittadini che vogliono evitare di contribuire al quorum possono non ritirare la scheda e, in ogni caso, niente è pregiudicato nel risultato rispetto ad un chiaro confronto tra Sì e No, che dovrebbe essere obiettivo condiviso.
2. Per il profilo del Partito democratico è importante il sostegno al Sì giacché, in caso contrario, la legge elettorale vigente risulterà pressoché immodificabile. Inoltre l’abrogazione delle candidature multiple va verso il collegio uninominale maggioritario, proposta storica del Pd.
I promotori
Stefano Ceccanti, Enrico Gasbarra, Giovanna Melandri, Enrico Morando
Firmatari
Marilena Adamo, Mauro Agostini, Mario Barbi, Mariangela Bastico, Gianluca Benamati, Giuseppe Berretta, Enzo Bianco, Costantino Boffa, Luisa Bossa, Sandro Brandolini, Felice Casson, Marco Causi, Franco Ceccuzzi, Franca Chiaromonte, Anna Paola Concia, Roberto Della Seta, Luigi De Sena, Olga D’Antona, Maurizio Fistarol, Paolo Fontanelli, Mariapia Garavaglia, Laura Garavini, Roberto Giachetti, Pietro Ichino, Maria Fortuna Incostante, Antonino La Forgia, Franco Laratta, Massimo Livi Bacci, Alberto Losacco, Giuseppe Lumia, Raffaella Mariani, Mauro Maria Marino, Alberto Maritati, Donatella Mattesini, Adriano Musi, Magda Negri, Arturo Parisi, Caterina Pes, Salvatore Piccolo, Luciano Pizzetti, Fabio Porta, Antonino Randazzo, Ermete Realacci, Pier Fausto Recchia, Giulio Santagata, Andrea Sarubbi, Achille Serra, Federico Testa, Salvatore Tomaselli, Giorgio Tonini, Vincenzo Vita, Walter Vitali, Sandra Zampa