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Altro che velleitario! Mano tesa e pugno di ferro: la grandezza di Obama

3 maggio 2011

L’eliminazione di Osama Bin Laden fa giustizia non soltanto del capo di Al Queda, ma anche di alcuni stereotipi su Barack Obama. Ora sarà molto più difficile di quanto non sia stato finora accusare il presidente Usa di irresolutezza e mollezza in politica estera, di mancanza di strategia e di visione per il futuro del mondo. Ora sappiamo che Obama aveva capito subito quanto fosse importante liquidare Bin Laden. E dalle reazioni del popolo americano e del resto del mondo sappiamo quanto fosse atteso e quale sollievo potesse generare l’annuncio che era stato neutralizzato l’ideatore del più grave attentato terroristico della storia. Il successo dell’operazione portata a termine con audacia nel bel mezzo del Pakistan, non lontano dalla capitale, ci conferma nell’opinione che il predecessore di Obama abbia perso molto tempo e più che dedicarsi alla caccia a Bin Laden si sia gettato in una serie di guerre ideologiche (Iraq) per l’esportazione armata della democrazia e della libertà (“la difesa della libertà richiede l’avanzamento della libertàli”, Bush jr). Guerre che, oltre a lasciare sul terreno innumerevoli vittime e ad alimentare il terrorismo fondamentalista, hanno accresciuto nel mondo – in primo luogo islamico – una profonda ostilità verso gli Stati Uniti d’America. All’inizio del suo mandato, portato alla Casa Bianca da una speranza che confinava con la disperazione, Obama si è trovato a fronteggiare una crisi economica globale ed interna senza precedenti e un fortissimo anti-americanismo nel mondo, alla testa di una super-potenza ancora forte ma provata e sfiduciata. Lo ha fatto, tra l’altro, tendendo la mano all’Islam con un discorso memorabile al Cairo, nel giugno 2009, con l’obiettivo evidente di rimuovere il pregiudizio anti-americano. “America e Islam condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo”, disse allora Obama. E ora nel dare l’annuncio che Bin Laden era stato ucciso, Obama ha detto: “gli Stati Uniti non sono in guerra con l’Islam e non lo saranno mai”. Così tornando al discorso del Cairo, merita ricordare che Obama mise al centro del rapporto con l’Islam sette questioni da affrontare insieme che tutto indicavano tranne che un approccio rinunciatario. E ora possiamo aggiungere: tutt’altro che velleitario. La prima, guarda caso, era la lotta alla “violenza estremista” e al terrorismo di Al Quaeda. Seguivano nell’ordine: la questione palestinese, la proliferazione nucleare, la democrazia (“nessun sistema di governo deve essere imposto da una nazione ad un’altra”, disse Obama, ma nessun governante, aggiungeva, agisca contro i propri governati), libertà religiosa, diritti delle donne e sviluppo economico. Molti osservatori vi videro tante belle parole che nascondevano incertezze e mancanza di realismo. Eppure sarebbe miope non vedere oggi un qualche rapporto tra quel discorso e la perdita d’intensità e di vigore dell’anti-amoricanismo nel mondo arabo così come sarebbe ottuso non riconoscere qualche rapporto tra quel discorso e la politica di incoraggiamento dei movimenti popolari arabi contro le autocrazie e le dittature. Certo, in tutto ciò nulla è assolutamente univoco, nulla è geometricamente lineare e nulla è rigorosamente coerente. Ma il pugno di ferro che ha colpito Bin Laden ci mostra che la mano tesa non era “appeasement”, ma capacità di discernimento nella scelta degli obiettivi e dei mezzi. La strada non sarà diritta, ma non si potrà dire che Obama non abbia un’idea del traguardo: un mondo in cui si possa vivere in pace nelle diversità, ma condividendo e rispettando alcuni principi e alcune regole di fondo, quelle che ci rendono tutti appartenenti, come ricordato nel più volte citato discorso del Cairo, ad un “unico genere umano”. 02 maggio 2011

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