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Bersani, tu quoque…
(pubblicato su Europa il 13 agosto 2009)
Caro direttore,
partecipo alla vicenda congressuale del Pd con interesse ma con moderata passione, pur avendo dichiarato la mia “scommessa” per Franceschini in un breve saggio che il tuo giornale ha avuto la cortesia di pubblicare. Ora, i manifesti di Bersani affissi in questi giorni sui muri di Roma, mi hanno sollecitato un paio di osservazioni che non riesco a tenere per me. Eccole.
Pierluigi Bersani lancia la sua candidatura a Segretario del Pd con un manifesto che associa il suo volto, maturo e rassicurante, a un verso di Vasco Rossi: “un senso a questa storia”. Il messaggio è incompleto, immagino volutamente. Tocca a chi legge ricomporre la strofetta della canzone dell’interprete di “bollicine”, originario dell’Appennino modenese. Strofa che esattamente fa: “Voglio trovare un senso a questa storia/Anche se questa storia un senso non ce l’ha”. Le citazioni parlano per se stesse, per il testo dal quale sono tratte e ci rivelano qualcosa anche su chi le utilizza. Che cosa ci dice allora la citazione di Vasco Rossi? Se non interpreto male, ci dice che Bersani ritiene che la vicenda del Pd sia stata, finora, almeno finora, una storia senza senso e che lui pensa di essere in grado di darle, finalmente, un senso. Mi pare che mai sia stata pronunciata stroncatura più radicale della breve storia del Pd. Stroncatura che va ben oltre le critiche pure ben presenti nel discorso che Bersani ha pronunciato all’Ambra Jovinelli e nella mozione che porta il suo nome. C’è una discrasia tra la liquidazione senza appello della vicenda del Pd (finora), a cui allude il manifesto, e il ragionamento pieno di distinguo dei discorsi e dei testi scritti di Bersani. Così che non si sa se dare più credito al messaggio della canzonetta o al resto. Comunque, le due cose, più che sostenersi a vicenda fanno cortocircuito. Ma se la citazione di Vasco Rossi è la classica “voce dal sen fuggita”, allora le tesi bersaniane andrebbero approfondite e spiegate alla luce di questo squarcio di verità.
Non mi accontenterei di una scrollata di spalle o di una risposta che riduca il tutto a una battuta di spirito più o meno riuscita. Insomma, ci vorrebbe meno reticenza. E anche meno auto-assoluzione perché se il “veltronismo” (criticato nella prima parte della mozione Bersani) ha prodotto danni politici seri (al nascente Pd, all’Unione e al Governo Prodi) è pur vero che Veltroni fu sostenuto da Bersani e da quasi tutti coloro che ora appoggiano quest’ultimo (eccezion fatta per Bindi e Letta che, tuttavia, si associarono a Veltroni subito dopo il plebiscito che lo incoronò segretario). Non c’è critica migliore di quella che parte da se stessi. Vale per tutti. Tutti i candidati segretari. Vale per chi propone se stesso, come fa Bersani con il suo manifesto, come un demiurgo (attributo però piuttosto “veltroniano”) che deve guadagnarsi una fiducia molto forte che soltanto la sincerità e la verità possono generare.
L’altra osservazione che mi viene in mente di fare è che Bersani, come tutti , è figlio del proprio tempo. E che come tale si comporta, magari non del tutto consapevolmente e anche in contrasto con l’idea di partito solido e di segretario quadrato che vuole dare di se. La citazione del cantautore è così ovvia e generazionale, che viene quasi da non interrogarsi sul suo senso. Ma perché non farlo?
C’è l’intenzione di trasmettere un’idea di spigliatezza e di spontaneità che faccia da antidoto a quel non so che di serioso e di pesante che è associato al politico di professione e al mestiere del governo? Forse. Ma nel volere uscire da un cliché si finisce dentro un altro cliché. La citazione “leggera” ammicca ad un’educazione sentimentale e ad un corpus di esperienze che condividono tutti coloro che sono cresciuti nel tempo della televisione e delle canzonette. Volendo dare un senso a tutto questo, io mi chiedo e chiedo a Bersani due cose:
1. perché Vasco Rossi e non un altro, perché quel testo di smarrimento e insensatezza e non un testo di speranza e di impegno?
2. perché schiacciarsi sull’effimero senza luogo e senza storia della musica leggera, quando si ha in mente di riallacciare un filo identitario con un secolo e mezzo di lotte per la democrazia e per l’emancipazione sociale? Chissà perché un secolo e mezzo? Perché non partire dalla rivoluzione francese o dal messaggio cristiano? Comunque. Volendo fare una citazione, non era meglio cercare nel Canzoniere del movimento operario o, perché no, tra i salmi delle scritture? Di più: non era questo il momento giusto per rompere con la moda delle canzonette che ci accompagna da qualche lustro, dalla “Canzone popolare” alla più recente “Mi fido di te”? Mi sembra che la citazione di Vasco Rossi contraddica in modo più profondo di quanto non appaia a prima vista il doppio messaggio che Bersani intende proporre: avverso da un lato al veltronismo e proteso dall’altro al recupero di una identità che affondi le proprie radici nella storia.
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