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Lettera a me stesso
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Lascia un Commento Scommetto su Franceschini, per un partito-aperto
Parto dalle fine. Scelgo Franceschini. O meglio: scommetto su Franceschini perché ritengo che la sua proposta congressuale tenga viva l’opzione del partito aperto ai cittadini in una prospettiva che, riprendendo di fatto l’ispirazione coalizionale ulivista, potrà dare forma compiuta al campo del centrosinistra in un sistema politico bipolare rafforzato da una legge elettorale maggioritaria che restituisca ai cittadini la scelta degli eletti e ne confermi il potere di decidere le maggioranze di governo. E’ una scelta che non mi è personalmente facile, dopo tutte le critiche rivolte alla leadership ed alla linea politica di Veltroni, ma che faccio, mosso dalla convinzione che solo concentrando il giudizio sulle proposte dei singoli candidati (prescindendo quindi dal “sentimento” di prossimità per la compagine dei sostenitori, variegata ed eterogenea in ogni campo) sia possibile superare la tentazione della rinuncia e partecipare alla discussione con intento costruttivo. E’ dunque in questo spirito di gratuità e di amicizia verso tutti i candidati che svolgo alcune riflessioni sul Pd, augurandomi che possano essere utili non solo a spiegare la mia scelta, ma che possano anche dare anche un contributo al dibattito congressuale.
Il Partito. Forma-partito e sistema politico non sono tutto, ma rinviano in modo significativo all’idea di repubblica che abbiamo. Questo nesso, pensato come un motore riformatore, mi sembra fondamentale. Io immagino un partito al servizio delle istituzioni democratiche della repubblica e non viceversa. Non una repubblica dei partiti, ma un partito della repubblica. Un partito per una repubblica con istituzioni forti e con poteri divisi e responsabili, a partire dai poteri legislativo ed esecutivo (guarderei agli Stanti Uniti). A questo, finora, abbiamo soltanto alluso. Il Pd dovrebbe avere più coraggio. Anche per questo la scelta della forma-partito è importante. Si è parlato molto male dello statuto. Certo, è un compromesso. A suo tempo ne criticai la natura “ibrida”. Tuttavia credo che oggi quello statuto vada difeso e applicato. Non mi sento quindi di aderire a proposte che non confermino la scelta del segretario da parte degli elettori e che non considerino sufficiente l’attuale riconoscimento agli iscritti di un diritto che già li distingue dagli elettori del partito su un punto qualificante, vale a dire l’elettorato passivo. Un partito degli iscritti, chiuso agli elettori, o strumentalmente aperto, nel senso di considerarli un pubblico da mobilitare per mettere in scena forme di partecipazione guidata, è filosofia che non condivido. Il tema delle primarie è quello della partecipazione-decidente che è altra cosa della rappresentazione-partecipante. Quindi: un partito aperto, degli iscritti e degli elettori. Ma anche un partito non correntizio, adottando misure che favoriscano la coesione politica delle proposte quale potrebbe essere una norma che non autorizzi che ad un candidato siano collegate più liste. Un partito flessibile, infine, capace di aprirsi ed allargarsi anche ad altre forze, o di fare alleanze, adattando i propri comportamenti e le proprie scelte ai sistemi elettorali con i quali si è di volta in volta costretti a misurarsi: che non vuole dire condividerli né rinunciare a battersi per modificarli. Vuole dire soltanto che non è il caso di giocare a basket con una montura da football americano.
Credibilità. Il deficit di credibilità del Pd come partito di governo è drammatico ed allarmante. Tutte le rilevazioni demoscopiche ci dicono che la destra è considerata più competente del nostro partito in tutte le questioni di maggiore rilievo per il governo del paese: dalla sicurezza all’immigrazione, dalla crisi economica alla disoccupazione. Perché? Scontiamo, credo, un doppio handicap: i. non abbiamo fatto un bilancio critico e condiviso della nostra esperienza di governo; ii. non abbiamo dato una spiegazione convincente del cortocircuito che si è creato tra costituzione del Pd, collasso dell’Unione e crisi del governo Prodi. L’idea che il governo potesse sopravvivere solo “scansando” la politica, così come quella che il partito potesse decollare solo distinguendosi dal governo hanno reso esplosiva una miscela già infiammabile che ci ha portato alla sconfitta elettorale con un campo di centrosinistra ridotto in macerie. Siamo stati giudicati non credibili come forza di governo. Una analisi equanime nel segno della verità è mancata ed è questa una delle ragioni delle difficoltà del partito e della sua crisi di credibilità. La controprova di quanto questo sia vero è a mio parere la debolezza delle proposte del partito di fronte alla crisi. Nulla impedisce al Pd di formulare proposte di rilievo, ma se ciò non avviene in modo convincente forse una parte della ragione è da ricercare nella acerba coesione programmatica che caratterizza il partito e che, ricordo per memoria, fu presente anche durante il governo dell’Unione quando le proposte divergenti che mettevano in difficoltà l’esecutivo provenivano dall’interno stesso dell’Ulivo (ds e dl) e non solo dalla cosiddetta “sinistra radicale” e dai centristi.
La crisi globale. L’inerzia e la minimizzazione sono le cifre del governo italiano nell’affrontare la crisi globale. E’ su quella crisi che dovrebbe essere dimensionata la proposta del Pd al paese. Una proposta che non può ignorarne la profondità né la specificità italiana. E’ nella diagnosi dei problemi del paese e nella risposta a questi problemi che il Pd trova la sua ragione di essere e la sua identità. Certo, in una cornice europea sarebbe meglio. Purtroppo l’Europa è cenerentola. Quella che c’è, è indispensabile. Quella che manca sembra irrealizzabile. Comunque non si può restare inerti. Ora nessuno vuole più eliminare il capitalismo, ma riformarlo sì. Quello italiano, poi! E’ una cosa che si potrebbe dire. Non è quello che sta facendo Obama, che ha affrontato la crisi con un ciclopico piano di risanamento, di trasformazione e di rilancio dell’economia americana delle dimensioni di circa la metà del Pil italiano? Non è quello che sta facendo Sarkozy che fa appello ai francesi perché la crisi sia affrontata con uno sforzo nazionale di tipo bellico e quindi progetta un grande prestito nazionale da dedicare alla costruzione del futuro? Dinanzi alla crisi globale il governo italiano è rimasto pressoché inerte. Eppure l’Italia è in condizioni assai gravi: il debito corre di nuovo verso il 120 per cento, le disuguaglianze sociali e territoriali crescono, il “grande” capitalismo privato italiano è fragile, come e più di sempre. Il Pd non dovrebbe sentire la responsablità di dire la verità al Paese e di proporre una terapia d’urto? In pochi punti, ma pesanti: misure straordinarie per la riduzione del debito; favorire – intanto con una seria diminuzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro – una inversione di tendenza nella distribuzione della ricchezza a vantaggio del lavoro, dopo 30 anni di slittamenti a favore delle rendite e dei capitali; un piano di investimenti pubblici straordinari in istruzione, ricerca e infrastrutture. Poi le famiglie, la natalità, l’immigrazione di qualità… Ma queste proposte bisogna elaborarle e bisogna crederci. Bisogna che siano fatte proprie dal partito e che con convinzione diventino il progetto proposto dal Pd agli italiani. L’Italia non può continuare a scaricare i problemi sul futuro, rinviando di giorno in giorno e di anno in anno il momento in cui prendere di petto i problemi di fondo. Uno sforzo programmatico straordinario, con sedi di elaborazione, discussione e deliberazione adeguate, è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, perché il partito recuperi la credibilità perduta come forza di governo e come forza a cui gli italiani tornino a guardare con fiducia per avere una risposta ai problemi che li assillano. Si parta quindi dalle esperienze dei governi di centrosinistra, se ne faccia un bilancio, se ne individuino i limiti e se ne traggano gli insegnamenti del caso. Si rifletta sul rapporto tra misure adottate e programmi realizzati. Si rifletta sulla cultura amministrativa e sulla pubblica amministrazione. Spesso il governo italiano (indipendentemente da chi lo guida) è come un motore che gira al massimo, produce norme e decisioni in quantità (nonostante quello che si dice sulla lentezza del processo legislativo), ma la spinta non arriva alle ruote perché la frizione slitta e quindi il motore gira a vuoto. Questo della “frizione” che slitta sarebbe un tema maiuscolo. Mi rendo conto che queste sono questioni che vanno oltre questo congresso, ma si può intanto cominciare ad impostarle.
Vocazione ulivista. Non dovrebbero esservi dubbi sul fatto che il Pd si consideri la forza centrale e determinante del campo di centrosinistra e che in quanto tale punti a costruire intorno a sé un’alleanza alternativa alla destra, in grado di conquistare la maggioranza degli elettori e di proporre il proprio leader alla guida del governo. E’ così che io interpreto la “vocazione maggioritaria” del Pd, locuzione sommamente equivoca che andrebbe utilmente soppressa dal vocabolario del partito. Perché delle due l’una: o la vocazione maggioritaria è un’ovvietà o è una velleità. Ovvietà se significa che il Pd si concepisce come la forza maggiore del centrosinistra e che punta a conquistare la maggioranza tenendo conto delle condizioni date dalla legge elettorale vigente e quindi formando una coalizione programmaticamente coesa (che è anche quello che si cercò di fare nel 2006). Invece, nel suo primo scorcio di vita, il Pd ha praticato la “vocazione maggioritaria” in modo velleitario, sopravvalutando la propria forza, ignorando i vincoli della legge elettorale, alludendo all’autosufficienza e perseguendo lo spericolato progetto di distinguere la propria sorte da quella del governo e della coalizione. Il risultato di questa strategia di “discontinuità” e “nuova stagione” è stata la sconfitta dell’aprile 2008. Vorrei dirlo senza animosità: in una gara a due, arrivare secondi è una sconfitta e non è una mezza vittoria. Ho sempre sostenuto che il Pd si sarebbe avvantaggiato da una lotta aperta per il governo e per la coalizione perché, anche quando il governo fosse caduto, il Pd avrebbe potuto presentarsi agli elettori con l’orgoglio dello sforzo compiuto ed insieme agli alleati che avessero voluto continuare a concorrere al governo anziché cercare una scorciatoia che non poteva non apparire agli elettori come una “diserzione” ed una “fuga dalla responsabilità”. E’ quello lo “spirito del lingotto” che non solo non rimpiango ma che ritengo debba essere consapevolmente superato e abbandonato. Il Pd ha pagato questa linea e sta tuttora pagando per non avere affrontato in modo autocritico le conseguenze di questa linea. Questo l’ho sempre detto. Ora vorrei aggiungere, per senso di equilibrio, che la responsabilità di quanto accaduto non fu però soltanto della costituenda leadership del Pd. A favorire il cortocircuito ci fu anche un deficit politico nel governo, del quale facevano parte con ruoli determinanti le più eminenti personalità del partito. Vocazione maggioritaria non può dunque considerasi alternativa ad alleanza, ma va intesa come “guida ulivista” alle alleanze. Nel senso che la coalizione deve reggersi su due requisiti: i.un forte patto politico e programmatico (che la renda tendenzialmente irreversibile); ii. unità davanti agli elettori che decidono il governo. Per dirla in chiaro: il prezzo di un’eventuale alleanza politica nazionale con l’Udc non può essere lo scambio della strategia bipolare e maggioritaria con quella proporzionale e multipolare. Sarebbe interesse esistenziale del Pd, di un Pd che si consideri partito “aperto”, in grado di “essere” tendenzialmente l’intera coalizione, fare ogni sforzo per un sistema elettorale maggioritario con collegio uninominale ad uno o due turni.
Andare avanti. Si dice, non tornare indietro. Condivido. Non è nel segno della nostalgia che costruiremo il futuro. Ma per non tornare indietro bisogno andare avanti e per andare avanti bisogna riconoscere, per non ripeterli, gli errori del passato. C’è un errore capitale che non dobbiamo ripetere: concepire le primarie costituenti del Pd come un plebiscito, cioè avere fatto le primarie senza crederci. Tantissimi – quasi tutti – sono stati bravissimi a nascondersi dietro Veltroni, a lasciarlo andare avanti e poi a lasciarlo solo, a dissentire tacitamente e a non sfidarlo apertamente, preferendo dare vita, a fianco ad un vertice formalmente onnipotente, a correnti stra-potenti e lasciando convivere concezioni diverse del partito, del sistema politico e dell’asse programmatico su cui caratterizzare il Pd. Quindi, eccoci di nuovo al punto di partenza. No, non si tratta di “fondare” ora il Pd. Il Pd è già stato fondato. Si tratta di confermare quella scelta o di revocarla. Si tratta di fare scelte rinviate e negate. Si tratta di cambiare metodo. Si tratta di cominciare ad ascoltarsi. Si tratta di superare la cultura unanimistica che nasconde le differenze con patti opachi anziché assumerle come fondamento dialogico della esistenza del partito, base della coesione che nasce dall’ascolto e dalla sintesi.
Personale. In questi due anni di battaglie minoritarie aspre e anche di rotture dolorose ho dovuto decidere se accettare la politica anche come rinuncia e compromesso nella logica di scegliere la minore distanza o ciò che è meno lontano dal bene. In qualche modo, vale anche per il partito. E qui torno alla scelta dichiarata all’inizio. Con un’aggiunta. Dovendo scegliere tra un partito i cui tratti distintivi siano la creatività e la libertà ed uno in cui l’accento sia posto sulla disciplina e l’obbedienza, francamente sceglierei il primo. Insomma, vorrei continuare ad essere libero e a dire quello che penso, augurandomi che il Pd, nel suo modo di essere, sappia contraddire l’analisi spietata di Simone Weil (1909-43), che in un tempo tragico e lontano, ancorchè non remoto, definì i partiti politici “organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”. Programma ambizioso, mi rendo conto. Ma vale la pena di provarci.
Roma, 22 luglio 2009
PD ESTERO, BARBI: AL LAVORO PER CONGRESSO ITALIANI NEL MONDO
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Lascia un Commento (9Colonne) Roma, 22 lug – “Fare un consuntivo sullo stato del tesseramento all’estero”, fondamentale per poter stabilire il numero dei delegati che saranno eletti alla convenzione nazionale, e “stilare un regolamento sullo svolgimento del congresso all’estero, così come fatto dalla Direzione nazionale”. Sono queste le due mission fondamentali del Comitato nazionale per il Congresso del Pd per gli italiani nel mondo, che domani, coordinato da Mario Barbi, si riunisce per la seconda volta. Un incontro, spiega Barbi a Nove Colonne, che sarà una sorta di “ricognizione sui compiti e sul piano di lavoro, in cui dovremo tenere conto degli adempimenti più urgenti”.
Innanzitutto, il regolamento, per il quale i tempi sono piuttosto serrati: “della prima bozza discuteremo domani, sicuramente si ispirerà alle regole nazionali. La settimana prossima dovremmo essere in grado di proporlo alla Commissione nazionale per il Congresso, che dovrà approvarlo”. Altro compito della riunione di domani sarà “stabilire tempi e modi per il Congresso, tenendo conto che quella dell’estero è una realtà molto particolare, che ha un suo Statuto proprio” nonché definire i collegi elettorali per il 25: anche su quello dobbiamo discutere, anche se abbiamo il precedente del 2007″. Barbi lo scorso weekend ha partecipato a Bruxelles al seminario sugli italiani nel mondo organizzato dal Partito democratico. “A Bruxelles -dice – ho constatato grande interesse, grande vivacità e un clima collaborativo e costruttivo: stiamo cercando di fare un percorso che sia condiviso e che vada a buon fine per tutti.
UN PARTITO APERTO PER DIFENDERE LA SOVRANITÁ DEI CITTADINI
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Lascia un Commento Roma, 13 luglio 2009
la presente é per inviarti un documento contenente alcune riflessioni e proposte avanzate in vista dell’avvio del percorso congressuale che si va in questi giorni aprendo.
Il documento é stato inviato ai Democratici che hanno in questi giorni manifestato, anche se non ancora compiutamente formalizzato, l’intenzione di candidarsi alla guida del Partito Democratico come segretario nazionale.
Come potrai rilevare il documento auspica il rispetto di alcune precondizioni al fine di consentire al partito di trarre la massima utilita dal passaggio che ci attende attraverso il rafforzamento della natura politica del confronto, e il contenimento del rischio che la scelta alla quale siamo chiamati sia troppo segnata da contrasti personalistici.
Il documento é stato da me predisposto con l’aiuto di alcuni amici parlamentari e in particolare di Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Albertina Soliani e Sandra Zampa, che assieme a me si sono fatti carico di interpretare le attese e le preoccupazioni di un piu largo gruppo di democratici che, nel corso degli ultimi quindici anni, hanno condiviso con noi esperienze e scelte.
Ti sono grato per l’attenzione che vorrai dedicare alle questioni sollevate nel documento; e qualora condividessi le proposte in esso avanzate, ti sarò grato se vorrai manifestare pubblicamente la tua opinione al riguardo ed eventualmente la tua disponibilità a partecipare a conseguenti iniziative comuni.
Ti saluto intanto con la più viva amicizia
Arturo Parisi
UN PARTITO APERTO PER DIFENDERE LA SOVRANITÁ DEI CITTADINI
PRECONDIZIONI PER UNA SCELTA
Il contesto nel quale il percorso congressuale del Partito Democratico prende il via, reso
drammatico dalla crisi internazionale, ci ricorda che molte sono le questioni che attendono una
risposta. Innanzitutto una proposta che si faccia carico dei problemi di lungo termine che sfidano il
nostro Paese.
Di questa proposta noi sappiamo al momento due cose. La prima é che se i problemi a noi di fronte
sono di lungo termine, di lungo termine deve essere la risposta: un progetto per il cambiamento
della società non un semplice programma di governo di legislatura e meno che mai un insieme di
singoli atti di governo. L’Italia è immersa in una notte profonda: le sue strutture sociali, economiche
e istituzionali sono logorate. Il Paese è demoralizzato, il senso della sua civiltà è minacciato. Non
saranno la speranza di consumare di più, o la maschera grottesca di un premier a trarci da una crisi
che ci attraversa e ci supera per dimensione e profondità. La seconda condizione é che questo
progetto deve far conto su istituzioni forti perché fortificate dall’esercizio della sovranità dei
cittadini attraverso la moltiplicazione e soprattutto la valorizzazione delle occasioni di
partecipazione, contrastando l’allontanamento dalla politica e la sfiducia verso le istituzioni che va
diffondendosi nella società.
Per questo motivo rispetto ad ogni proposta riteniamo discriminante la difesa dell’assetto bipolare
fondato su un sistema maggioritario che dia al cittadino il potere di scegliere il governo del Paese
prima delle elezioni sulla base di una proposta programmatica avanzata da una alleanza politica
omogenea.
Per questo motivo abbiamo scommesso sulla valorizzazione della forma partito, superando il
movimentismo e lo spontaneismo che aveva segnato alcuni passaggi dell’ultimo ventennio, e,
tuttavia non su un partito chiuso in sé stesso, ma un partito aperto ai cittadini che rafforzasse la
sovranità dei cittadini.
Per questo chiediamo che il Partito democratico sappia rendere vero il suo nome.
Solo un partito può camminare su quel ponte che lega il passato col futuro che é rappresentato dalle
istituzioni della Repubblica. Solo un partito può essere canale per la elaborazione di un progetto di
lunga durata che vada oltre le legislature e i governanti di turno.
Per questo motivo abbiamo affidato la scelta del nostro futuro agli elettori demandando a loro la più
importante delle scelte in un partito: la designazione del segretario politico, e allo stesso tempo una
assemblea nazionale che dotata della stessa legittimazione e rappresentatività possa bilanciare il
potere del segretario, evitando i rischi di un esercizio del potere isolato.
Questa designazione già anticipata nella esperienza delle primarie che in passato si sono svolte a
livello di coalizione e di partito, si prospetta per la prima volta come una scelta vera e non
semplicemente come la conferma e la validazione di scelte sostanzialmente già predefinite. Noi
sappiamo
che le parole e le regole non bastano. La nostra stessa esperienza ci ha insegnato che alle parole e
alle regole non onorate dai fatti sarebbe spesso preferibile il silenzio. E tuttavia sappiamo che non ci
si mette in viaggio senza una meta definita dalle parole e senza regole che guidino il cammino.
Anche se affidato per ora alle parole riteniamo perciò che la scelta alla quale ci apprestiamo sia un
risultato di grande rilievo del quale il partito deve essere orgoglioso. In un tempo in cui il nostro
paese patisce un restringimento degli spazi della democrazia fino alla sottrazione ai cittadini del
diritto di scegliere i propri rappresentanti come ora accade a causa della sciagurata legge elettorale
vigente per il parlamento nazionale, affidare direttamente ai cittadini la scelta della guida e del
massimo organo nazionale del partito é una scelta che da sola dà testimonianza della radicale
diversità della nostra idea di democrazia rispetto a quella che domina il campo a noi avverso. E’ una
scelta della quale é orgoglioso in particolare chi ha sperimentato direttamente le difficoltà, gli
ostacoli, e le legittime incertezze che hanno segnato il percorso per arrivare fin qua.
Come abbiamo detto, nonostante la scelta diretta da parte dei cittadini, di candidati alla guida di
amministrazioni locali e regionali e alla stessa guida di organi di partito sia andata moltiplicandosi,
e nonostante a livello nazionale già in passato una larga partecipazione abbia dato prova
dell’esistenza di una domanda di politica e di democrazia di gran lunga superiore a quella finora
raccolta dagli strumenti tradizionali, questa può essere considerata una prima volta.
Questo capita grazie all’avanzamento rappresentato dalla adozione di uno statuto che interpreta e
regolamenta l’orientamento verso una democrazia dei cittadini che il partito democratico ha assunto
come tratto qualificante fin dalla sua nascita. Questo é tuttavia possibile anche perché, dopo il
primo biennio fondativo pur segnato da contraddizioni e ritardi che abbiamo più volte denunciato,
anche grazie alla ridefinizione delle appartenenze partitiche precedenti, la scelta é resa ora possibile
dalla esistenza di candidature capaci ognuna di rivolgersi all’intero partito e non più solo ad una
parte di esso. Anche questo, lungi dall’essere un approdo scontato, é il risultato prezioso di una serie
di fattori oggettivi e soggettivi, tra i quali certamente non ultima la generosità, di chi, alzando la
mano in risposta alla domanda di rischio e di responsabilità che é all’origine di ogni candidatura, ci
chiedono e ci consentono per la prima volta una scelta.
La stessa possibilità di una scelta rappresenta per molti già da solo un risultato e, ripetiamo,
certamente lo é. Tuttavia sarebbe un errore, e certamente una occasione perduta se, trattenuti dalla
prudenza nell’avanzare o tentati dal ritorno al passato, la scelta si risolvesse in una scelta tra
persone.
Noi riteniamo, infatti, che la scelta tra persone per la guida del partito trovi il suo vero significato
solo se essa evoca, consente, e sostiene una scelta tra diverse linee di azione politica. Solo questo
assicura la pienezza dell’esercizio della cittadinanza, e allo stesso tempo consente di mettere a frutto
il percorso che ci attende nei prossimi mesi. Solo questo consente al partito di definire finalmente,
nel rispetto della democrazia, un’identità corrispondente al comune progetto di dare vita ad un
partito nuovo in modo nuovo.
Ridotto a scelta tra persone, il confronto, pensato per l’utilità del partito e della Repubblica, si
potrebbe tradurre all’opposto in uno scontro tra persone e tra gruppi che lascerebbe alle sue spalle
ulteriori macerie dando una idea del partito che ognuno di noi rifiuta. Invece di interpretare questo
passaggio come un’occasione di avanzamento, ci potremmo trovare alla fine in una posizione
ancora più arretrata di quella di partenza.
Per questo motivo, pur riconoscendo gli aspetti comunque positivi presenti in questo passaggio,
pensiamo che lungo questo cammino non possiamo stare fermi. Ancora una volta non progredire
equivale ad arretrare.
Diciamo questo guidati dalla convinzione che da sempre abbiamo avuto nella necessità del Pd. Lo
diciamo sulla base della esperienza di questi anni in gran parte sprecati. Lo diciamo tuttavia anche
allarmati dai primi segnali che dentro il cammino che inizia vanno manifestandosi.
Se non si interviene tempestivamente e con decisione, la prospettiva sembra nell’immediato quella
di una competizione tra aggregati di spezzoni del passato ognuno diviso dall’altro a partire da
vicende particolari, e allo stesso tempo privi di una riconoscibile ragione politica comune declinata
al futuro.
Il chi, precede di troppo il perché. Comprensibilmente, anche se non correttamente, l’attenzione
finisce per concentrarsi sul chi-sta-con-chi piuttosto che sul che-fare. Anche a causa della legge
elettorale che, spogliando gli elettori delle proprie prerogative, ha conferito alle segreterie un potere
di nomina, il confronto, invece di orientarsi verso una libera scelta espressa a conclusione di una
valutazione, sulla base di un giudizio comparativo di natura politica, tende a configurarsi come il
posizionamento all’interno di alleanze precostituite, definite in genere sulla base di appartenenze
passate, con la preoccupazione di garantire e proteggere chi contribuisce alla vittoria, a prescindere
dalla condivisione o meno di una linea politica.
Urge mettere al centro del confronto la politica. Non possiamo permetterci di sprecare tre mesi
preziosi esaurendoci in un confronto ossessionato dal potere interno che appare estraneo e
incomprensibile alle ansie dei cittadini.
Ancora più urgente é volgere questo confronto al futuro.
Il riorientamento della nostra attenzione verso il futuro sarà tuttavia possibile solo a partire da un
giudizio condiviso sulla nostra passata esperienza di governo attraverso una analisi guidata da uno
spirito di verità. La nostra credibilità come partito di governo per il futuro non é infatti compatibile
con una superficiale liquidazione della nostra azione passata.
Questo non esclude il riconoscimento del concorso di cause oggettive e di errori soggettivi
all’origine del nesso tutt’altro che virtuoso che, con responsabilità di tutti, si stabilì tra costituzione
del Pd e esercizio della responsabilità di governo nel quadro di una coalizione già di per sé difficile
e complessa.
Per questo motivo, mentre difendiamo nell’interesse degli iscritti e degli elettori, e quindi del
partito, il nostro diritto di poter scegliere a ragion veduta, ci permettiamo di rivolgerci a tutti i
candidati perché aiutino questa scelta chiedendo se e in che misura condividano alcune convinzioni
per noi di fondo, e, nel caso, svolgano dentro lo stesso percorso congressuale la loro azione in
coerenza con questa preoccupazione.
Queste le condizioni per fare del percorso che ci attende una occasione di crescita:
1. Indirizzare e pensare fin dal primo momento il confronto tra le diverse proposte politiche avanti
agli elettori, riconoscendo come protagonisti e primi destinatari della nostra proposta quelli che
sono comunque decisori finali: i cittadini, nostri elettori, difendendo e confermando con chiarezza
la scelta per il modello di partito aperto attraverso il loro stabile coinvolgimento in elezioni
primarie. Solo l’assicurazione che il voto al quale li chiamiamo ad ottobre non sarà l’ultimo può
costituire il presupposto di una larga partecipazione. La condizione che la proposta e la candidatura
avanzate dispongano tra gli iscritti del sostegno previsto dallo statuto deve essere considerata come
la certificazione indispensabile del radicamento della proposta nella esperienza del partito e del
sicuro riconoscimento del candidato da parte della comunità dei militanti. Il confronto tra le
proposte deve tuttavia rivolgersi e competere per il consenso dei cittadini piuttosto che per l’ultimo
tesserato e spesso per l’ultima tessera.
2. Fare di questa occasione un passaggio fondamentale che consenta agli iscritti ed elettori di
rimescolarsi a partire dalle diverse idee politiche che legittimamente si contendono il campo,
superando così le precedenti provenienze partitiche.
3. Per consentire ai votanti una scelta consapevole, ogni candidato assicuri la riconoscibilità della
sua proposta politica, evitando di associare alla sua candidatura una pluralità di proposte, e una
pluralità di proponenti, spesso ispirati a linee politiche tra loro disomogenee.
Si concentri l’attenzione e il confronto dei cittadini sulla sintesi proposta dal candidato segretario
invece di alimentare la competizione e la conta oltre che tra i candidati tra le diverse e contrastanti
posizioni dei suoi sostenitori.
Si presenti pertanto per ogni candidato una sola lista, e si eviti altresì di riproporre ticket in qualsiasi
modalità essi vengano proposti.
4. Rispettare l’autonomia delle regioni. Domande diverse
chiedono risposte diverse. I congressi regionali non sono la fase regionale di quello nazionale.
Anche se lo statuto prevede la contemporaneità dei congressi regionali con quello nazionale, solo
una nitida e coerente contrapposizione di concezioni del partito giustificherebbe la coartazione della
autonomia delle singole regioni attraverso il trasferimenti meccanico delle divisioni nazionali in
sede regionale.
5. Impegnare il partito attorno all’obiettivo della riforma della legge elettorale assunto come priorità
assoluto. Le prossime elezioni politiche non possono avere ancora una volta come risultato un
parlamento di nominati.
I punti ora esposti toccano evidentemente solo in parte la gamma di temi che la proposta dei
candidati non può non affrontare. La loro natura li propone tuttavia, distintamente e nel loro
complesso, come un fondamentale criterio per la valutazione della proposta dei singoli candidati.
PER SPOSTARE CONGRESSO BASTA MAGGIORANZA SEMPLICE
Roma, 26 giu. – Mario Barbi replica a Maurizio Migliavacca a proposito della maggioranza necessaria per spostare la data del congresso del Partito democratico.
“Una nota di agenzia- dice- attribuisce a Maurizio Migliavacca, responsabile organizzazione del Pd, l’affermazione secondo cui per modificare lo statuto del partito, ai fini di un eventuale rinvio del ‘congresso’, occorrerebbe la maggioranza assoluta dell’Assemblea costituente eletta il 14 ottobre 2007 e composta da oltre 2800 delegati. Posto che, a mio parere, al Pd serve fare il congresso subito e con le primarie finali per la scelta della linea politica tramite l’elezione del segretario, come prevede lo Statuto, vorrei ricordare, per amore di precisione, che per cambiare lo statuto basta in realta’ la maggioranza semplice dell’Assemblea costituente”.
Barbi aggiunge: “E cio’ a seguito della deliberazione del Collegio dei garanti che respinse il ricorso presentato dagli ulivisti che contestavano proprio per carenza di ‘quorum’ la validita’ delle modifiche dello statuto decise dall’Assemblea costituente riunitasi nel giugno del 2008 con la presenza di poche centinaia di delegati”. I garanti, conclude Barbi, “stabilirono, con una sottile argomentazione giuridica, che distingueva le funzioni dell’Assemblea nazionale da quelle dell’Assemblea Costituente, pure esercitate dallo stesso organismo, che per modificare lo statuto non c’era bisogno del ‘quorum’. Se non ce ne era bisogno allora, non ce ne sarebbe bisogno neanche ora”.
REFERENDUM: BARBI, PD MANTENGA RICHIESTA ELECTION DAY
(ANSA) – ROMA, 16 APR – ‘Va mantenuta fino all’ultimo minuto utile la richiesta dell’accorpamento al 7 giugno. Va mantenuta perche’ non c’e’ nessuna ragione che motivi la scelta per il 14 o per il 21′. Lo ha detto Mario Barbi, deputato ulivista del Pd e componente del Comitato Promotore del referendum, nel corso di un’intervista all’Agenzia Radiofonica Econews.
Sulla scelta della data tra il 14 e il 21, Barbi dice: ‘E’ una eventualita’ nella quale non voglio entrare, perche’ qui si conferma quello che noi temevamo: gli interessi politici di bottega di un soggetto della maggioranza prevalgono sugli interessi del paese, di tipo politico ed economico. A questo ci opponiamo, e ribadiamo che vengono buttati centinaia di milioni di euro, e che questo viene fatto per l’interesse di una parte e non per l’interesse del paese. Chi non lo vuole si assuma la responsabilita’, e prenda le decisioni che ritiene di volere e di potere prendere’.
Barbi dice di considerare ‘transitoria’ la legge elettorale che uscirebbe con la vittoria del si’. ‘Il referendum e’ uno strumento imperfetto – spiega – consente di dare indicazioni politiche. Le indicazioni che emergono da un si’ al referendum sono un rifiuto del porcellum e una richiesta di scegliere gli eletti, che e’ implicita nel quesito sul no alle pluricandidature. Dopodiche’ – conclude – la legge andrebbe fatta seguendo queste indicazioni’.(ANSA).
IL PD AL TEMPO DI FRANCESCHINI: SPERANZE E TIMORI – contributo alla riflessione –
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Lascia un Commento IL PD AL TEMPO DI FRANCESCHINI: SPERANZE E TIMORI- contributo alla riflessione -
Le dimissioni di Veltroni hanno chiuso la prima fase della breve storia del Pd.Franceschini ne ha preso il posto accompagnato dalla domanda se sarà all’altezza delprogetto che gli è stato affidato in condizioni assai precarie: sondaggi tra il 22 e il24%, forti dualismi locali tra strutture di partito e vertici istituzionali delleamministrazioni e, soprattutto, orfano di strategia. La risposta, per quanto miriguarda, è aperta. Sia dal punto di vista elettorale che dal punto di vista della naturadel partito che prenderà forma in questo secondo tempo della vicenda del partito. Eanche dal punto di vista della strategia. Per chi ha sempre denunciato gli errori diVeltroni e della composita, ampia e indifferenziata – ancorché divisissima -maggioranza che lo ha sostenuto, la rinuncia del segretario plebiscitato alle primariepuò essere considerata un risultato con effetti potenzialmente salutari per il partito.Una condizione necessaria ancorché non sufficiente per il rilancio del partito.Volentieri vorrei dare credito a Franceschini e non posso che augurarmi, edaugurargli, di riuscire nella non semplice impresa. Tuttavia, questo augurio non puònon fare i conti con la realtà. In generale, ci si deve chiedere se la reazione del partitosia stata all’altezza della crisi: a partire dall’Assemblea nazionale del 21 febbraio. Ionon ne sono sicuro. La mia risposta perciò è in chiaroscuro: vi sono luci ed ombre,rischi ed opportunità. E cerco di spiegarmi.
1. La sconfitta resta inspiegata e il Pd è orfano di strategia.
Riepiloghiamo gli “errori” di Veltroni e della sua coorte di capi-corrente: l’investituraunanimistica che ha trasformato in un plebiscito le primarie; la retorica del Lingotto:vale a dire la discontinuità con l’Ulivo e la presa di distanza dal governo Prodi e dallacoalizione di centrosinistra; l’avere scambiato l’avversario politico da sconfiggere,cioè Berlusconi, per il partner principale nel dialogo sulle riforme e, addirittura, in unpotenziale alleato per il governo; la scelta proporzionalista e (quasi)solitaria per lepolitiche (abbiamo visto come la linea “soli al centro e insieme in periferia” abbiafallito sia al centro che in periferia). La sconfitta strategica del Pd e del centrosinistraalle politiche dell’aprile 2008 (e poi a Roma etc.) nasce da quegli errori e non c’èrilancio possibile senza prima avere chiamato la sconfitta “sconfitta” e senza avereprima chiamato gli errori “errori”. La strategia di Veltroni era velleitaria e perdente.Ora il Pd è orfano di strategia. Parisi, nella sua generosa e disinteressata candidaturaalla segreteria, ha cercato di attirare proprio su questo l’attenzione dei delegati,ottenendo, senza alcuna preparazione e organizzazione, circa il nove per cento deiconsensi. In quelle condizioni è un risultato più che lusinghiero, ma il grosso delpartito presente ha scrollato le spalle ed è passato oltre. Non ha ascoltato. Ha rispostoal “riflesso” di fare quadrato. Con il risultato che Franceschini è stato eletto segretariocon una maggioranza ancora più larga di quella che aveva eletto Veltroni. E’cambiato il segretario, ma la direzione del partito è rimasta la stessa nonostante iGaranti del Pd ne abbiano constatato la dubbia legittimità. Ma l’Assemblea non haavuto tempo di occuparsene e così è rimasta in carica quella direzione dei 120,composta in base alle quote correntizie, che fu ratificata nell’assemblea del 20 giugno2008 alla quale parteciparono poche centinaia di delegati. So che insistere su questecose è considerato da molti una perdita di tempo o addirittura un danno. Eppure, sonoconvinto che sulla democrazia pilotata e sulla rimozione non si costruisce un partitocosì come sono convinto che senza verità non c’è futuro. Ma non è forse questo che èaccaduto quando Franceschini ha detto: gli errori di Veltroni sono i miei errori?
2. Le correzioni di linea di Franceschini.
Anche se in modo non esplicito e nel segno dell’omaggio e della dichiarata continuità con Veltroni, il neo-segretario del Pd ha introdotto alcune correzioni di linea e digestione del partito che ritengo apprezzabili. E che sono di fatto in discontinuità con la precedente segreteria. Ecco i punti che mi sembra caratterizzino le prime scelte diFranceschini: a) il neo-segretario sembra avere accantonato la presunzione che il Pdpossa mai vincere da solo (vocazione maggioritaria) e ha riproposto come orizzontenecessario per il Pd quello della coalizione di centrosinistra. Certo il passo ècompiuto con circospezione e senza fare precisazioni e indicare predilezioni, ma noninsistere con la ‘damnatio memoriae’ dell’Ulivo e dell’Unione è già qualcosa ed è lacondizione minima per riconsiderarne il valore e il significato politico e strategico; b)Franceschini ha scosso il Pd da uno strano stato di oblio, riproponendo il fatto cheBerlusconi è Berlusconi e che la cultura di cui è portatore il leader della destra è unacultura plebiscitaria e carismatica, portata a cercare il rafforzamento del poterepersonale anche in attrito con le istituzioni democratiche e senza temere forzaturecostituzionali. Non posso che condividere. Il Pd aveva messo tra parentesi il temadell’opposizione decisa al berlusconismo (mai capito perché: per non ostacolare il”dialogo” o per non apparire dipietrista?), come se non volesse guardare in faccia cheil suo tratto tipico è quello di fare leva sull’emergenza e sull’eccezionalitàproducendo una legislazione “in deroga” e per decreto-legge (Alitalia e interessiprivati in affari pubblici, leggi ad personam e lodo Alfano, immigrazione e sicurezzae ronde, rifiuti, “piano-casa”, etc); c) Franceschini ha inoltre inaugurato una linea piùnetta su questioni controverse (diritti individuali, per es.) ed ha in particolarequalificato il partito assumendo il tema centrale della crisi dal punto di vista delle sueconseguenze sociali (l’assegno di disoccupazione per tutti coloro che perdono illavoro) e affrontando in modo non subalterno il tema della riforma del capitalismoglobalizzato, della regolamentazione dei mercati e del ruolo pubblico per la ripresadell’economia restituendo infine dignità all’idea che un partito progressista come ilPd deve avere il coraggio e l’ambizione di proporre un “modello di società”; d)Franceschini ha anche invertito la tendenza alla gestione romano-centrica del partito,costruendo una segreteria in cui contano gli amministratori locali e gli insediamentiterritoriali più forti pur con concessioni a quella idea discutibile del rinnovamento checoinciderebbe con il “ringiovanimento” (resto del parere che, sempre e tanto più inquesti tempi di attese di vita crescenti e di posticipi dell’età pensionabile, quello checonta di un dirigente di partito siano le idee e non la carta di identità). Ha sciolto ilgoverno-ombra. E questa è un’ottima cosa perché il governo-ombra non era soltantola scimmiottatura di un corpo estraneo al nostro ordinamento istituzionale, ma eradoppiamente dannoso perché si poneva come un tappo sull’iniziativa e sullaresponsabilità dei gruppi parlamentari e incentivava la distrazione dall’attività dipartito – indirizzandola verso il parlamento – di quei dirigenti (“ministri-ombra”) cheavrebbero dovuto dare impulso alla costruzione del Pd dandogli un orizzonteprogrammatico ed ideale non contingente. La “discontinuità” con la gestione diVeltroni è tuttavia meno netta di quanto si sia voluto fare apparire (basta vedere chisono i responsabili dei dodici dipartimenti, a cui vanno aggiunti i responsabili diquattro aree di partito, per constatare che lì – con appena qualche novità – c’è buonaparte del governo-ombra così come del disciolto coordinamento). Forse le novità piùrilevanti, in prospettiva, sono nelle caselle organizzazione e coordinamento deisegretari regionali. E’ attesa la nomina di un organo intermedio tra la direzione (cheFranceschini ha intenzione di mantenere benché sia politicamente obsoleta e didubbia legittimità) e la segretaria in cui oltre alle cariche operative siano presenti le”personalità” non comprese nella segretaria o nelle funzioni esecutive di partito.
3. Il rischio è lo snaturamento del progetto.
Nel mezzo della crisi si è parlato di possibile implosione o frantumazione del partito.Il rischio c’è, ma probabilmente non è quello maggiore. Ben più forte a me sembra ilrischio che il partito cambi pelle e diventi un’altra cosa. E’ una metamorfosi che puòcompiersi progressivamente nel cumularsi di scelte soggettive e di circostanzeoggettive. Ci sono, a mio parere, almeno tre fattori di rischio: a) il primo è quellocontenuto nella scelta dell’Assemblea del 21 febbraio di scartare le primarie e di fareeleggere ai delegati il nuovo segretario. Quella scelta, motivata dalla prudenza e dallacautela nonché dal timore di lacerazioni ingovernabili, ha rappresentato una fratturarispetto al modo in cui il partito è nato. Quella scelta ha privato il partito dellapossibilità di ri-partire non rinnegando il modello delle primarie aperte, ma piuttostoconfermandolo e correggendolo dalla interpretazione politica unitarista e plebiscitariache ne era stata data con la candidatura di Veltroni. Negli interventi fatti in aperturadell’Assemblea pro e contro le primarie per scegliere il successore di Veltroni c’èl’unico vero e denso confronto politico che si sia svolto nel partito da quando esso hapreso forma: purtroppo gli si è dedicato appena un’ora e mezza. Cinque a favore ecinque contro e poi il voto. Nel momento della difficoltà si è scelto di chiudersi in sestessi anziché aprirsi e cercare nuovo slancio nel confronto aperto e nellapartecipazione libera. E’ stato detto che questa scelta, fatta da una maggioranza di piùdell’80% dei delegati presenti (un po’ meno della metà del totale), è conforme alloStatuto e che tanto basta per renderla giusta e legittima. Legittima non c’è dubbio.Giusta non lo so. Io vedo la risposta che è stata data alla crisi come una occasioneutilizzata per fare pendere la bilancia dal partito aperto delle primarie verso il partitochiuso degli iscritti. Vedo il partito nuovo trasformarsi in un partito tradizionale chesi avvia verso un tesseramento pieno di incognite ed un congresso in cui certa è lafase uno (la conta degli iscritti) e incerta la fase due (le primarie tra candidatiselezionati dagli iscritti); b) il secondo fattore di rischio è la collocazione europea delpartito. Se il Pd finirà per aderire al gruppo socialista al parlamento europeo avràsprecato l’occasione più importante per affermare politicamente eprogrammaticamente il tratto innovativo che lo caratterizza e con il quale vuolecaratterizzarsi a livello europeo. Non importa come la scelta verrà spiegata e qualielementi distintivi verranno introdotti per diluire o dilazionare l’adesione al grupposocialista esistente. Quello che conterà sarà l’esito e, al limite, l’apparenza ancora dipiù che la sostanza dell’approdo. Quando si dice che in Europa noi del Pd dovremostare insieme, ma non potremo rimanere da soli e che non potremo prescindere da unrapporto con i socialisti, a quale esito dobbiamo pensare? Trovo inspiegabile cheanziché porre l’accento sulla qualità del discorso europeista, che potrebbecaratterizzare il Pd in Italia e in Europa in una fase drammatica come quella attuale,si vada in cerca di una compagnia numerosa che garantisca al Pd qualche postovisibile nell’Europarlamento. Un parlamento, peraltro, che non vota la fiducia a ungoverno e che dovrebbe avere come impegno prioritario quello di spingere i governinazionali a costruire l’Europa federata e non a smontare o a svuotare l’Europacomunitaria che già c’è. Comunque, in queste condizioni, se l’esito dovesse esserel’adesione al Gruppo del Pse non si potrà fare a meno di pensare che il Pd è il partitosuccessore dei Ds e che in esso ha prevalso l’elemento di continuità con una sola delle due formazioni promotrici del partito; c) il terzo elemento che avrà unainfluenza rilevante nella determinazione della natura del Pd è ovviamente l’assettodel sistema politico e delle regole elettorali. A me sembra evidente che in un assettoproporzionale (non importa con quale sbarramento) in cui i partiti vanno da soli -come piacerebbe all’Udc, ma anche a tante parti del Pd – l’assetto bipolare delsistema politico verrebbe meno e con esso l’incentivo a formare dei partiti politicilarghi e plurali. Un’evoluzione di questo tipo incentiverebbe la nascita di partitiidentitari (anche se tardo-identitari), tipo quelli tedeschi o austriaci e sarebbe esizialeper il progetto originario del Pd. Anche l’attuale legge elettorale, che premia lecoalizioni, non assicura il futuro del Pd come partito tendenzialmente di tutto ilcentrosinistra perché quella legge (al di là di come è stata interpretata politicamentenelle elezioni del 2008), strutturalmente, punisce le solitudini e premia laframmentazione. Il caso sarebbe diverso se passasse il referendum che assegna allalista più votata il premio di maggioranza: in quel caso il Pd dovrebbe misurarsi con lacostruzione di una lista che avrebbe insieme i caratteri del partito e della coalizione edovrebbe quindi agire e strutturarsi di conseguenza. Similmente, il Pd sarebbe portatoad accentuare la ricerca di apertura e a strutturarsi in modo plurale ed innovativo conun sistema elettorale basato su collegi uninominali in cui conta la persona delcandidato e la ricerca del consenso collegio per collegio. A me pare che il Pd abbiasenso se si cerca di realizzarne l’ispirazione più autentica ed originaria che è quella diconcepirlo e di praticarlo – tendenzialmente e strategicamente – come il partitoinclusivo di tutto il centrosinistra. Perciò penso che il Pd dovrebbe fare di tutto percercare di tornare al sistema maggioritario del collegio uninominale (ancheconsiderando il prossimo passaggio referendario come una tappa in questo senso) eper evitare la proporzionale di partito. Non spendo parole sul fatto che dietro questoapproccio vi sia una visione non di parte, bensì l’idea istituzionale di una democraziagovernante bipolare e ben funzionante. Se questa riflessione ha qualche elemento diverità, è davvero sconcertante che su questa questione dirimente ed esistenziale per ilpartito, non vi sia mai stato un confronto vero ed una decisione impegnativa.Cercando di tirare le somme di queste riflessioni, il quadro che esce è quello di unsegretario che (sostenuto da un apparato di partito intimorito e prudente) ha deciso ditenere i piedi ben saldi sul ponte dell’imbarcazione in pericolo, dandosi da fare perriparare le falle maggiori e per raddrizzare una barca pericolosamente inclinata e arischio affondamento: è la condizione per ritrovare una rotta. Ma non si può tacere ildisagio per il modo in cui tutto questo avviene: un po’ in tono minore, eludendoquestioni di fondo, rinviandole, come peraltro è successo finora, ad un altro momento(dopo le elezioni, al congresso…), surrogando le scelte non fatte e i nodi non sciolticon il richiamo all’unità e a remare tutti nella stessa direzione. Insomma, il Pd è inmezzo al guado. Franceschini sta provando a ri-motivare il partito senza fare volipindarici e invitando tutti alla concretezza e alla coesione. Basterà? Dalla sua ha lariduzione delle aspettative e delle ambizioni, che potrebbero consentire al Pd disuperare la prova difficilissima delle europee e delle amministrative del prossimogiugno. Dopo di che le questioni irrisolte e rinviate si ripresenterebbero e non èsicuro che dal congresso che si annuncia, basato più sugli iscritti che sulle primarie,esca un partito che corrisponda alle ambizioni di novità, apertura e pluralismo chedovevano essere la cifra del Partito democratico inteso come compimento delprogetto dell’Ulivo e tendenzialmente come il partito di tutto il centrosinistra che sicandida al governo in un sistema politico bipolare ben funzionante.
Roma, 10 marzo 2009
Barbi “Veltroni dimissioni apprezzabili ma ineludibili”
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Commenti (1)
Penso che Veltroni abbia fatto bene a dimettersi. La sua è un’assunzione di responsabilità che merita rispetto. Non interpreto questa sua scelta come un abbandono del campo, ma come la consapevolezza che dopo tante, gravi e ripetute sconfitte un atto di discontinuità era ormai ineludibile. Spero che Veltroni, nello spiegare le ragioni della sua decisione, aiuti a fare un’analisi della crisi del Pd dando un contributo critico ed autocritico che serva a rilanciare il progetto che per anni abbiamo cercato di realizzare e al quale milioni di cittadini hanno creduto e credono.
Barbi ‘Tonini e Bindi fanno pensare ad un Partito in stato confusionale’
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Lascia un Commento “Le interviste di Giorgio Tonini e Rosy Bindi sono emblematiche della crisi politica e dello stato confusionale in cui si trova il Pd. Mentre Tonini invoca un congresso ad altissima velocità per confermare Walter Veltroni e stroncare sul nascere la candidatura di Pierluigi Bersani, la Bindi evoca come leader futuro una “figura nuova”, che superi le divisioni del passato, ed invoca nel presente l’unità di tutti gli ex ds e dl. Sono entrambi segni di una crisi profonda, politica e di leadership, che per essere affrontata andrebbe prima di tutto riconosciuta. A Tonini perciò vorrei dire che il problema di oggi nasce proprio dal maldestro tentativo di “aprire una fase totalmente nuova rispetto al passato”, cioè dalla discontinuità del Pd rispetto a Prodi e all’’Ulivo. Se non vogliamo tornare al trapassato del partito delle tessere è questo l’errore da correggere. E non con una scorciatoia come quella proposta da Tonini: scorciatoia che mi fa pensare che in aprile non ci sarà né un congresso né una conferenza programmatica.
Alla Bindi invece vorrei dire che prima ancora che “facce nuove” servono idee nuove, dalle quali scaturiscano quella autocritica e quel cambio di leadership di cui il Pd ha bisogno urgente ed assoluto per ripartire.
Infine, a Tonini, che giustamente chiede un confronto tra linee politiche, e a Bindi, che opportunamente chiede di ridare “spazio e fiato al popolo delle primarie”, vorrei segnalare che basterebbe convocare i 2.800 delegati dell’Assemblea costituente eletti il 14 ottobre 2007 da 3,5 milioni di cittadini. Quale luogo più democratico per discutere e per decidere? Un luogo che sia Tonini che Bindi, insieme a Veltroni e agli altri capi-corrente, hanno purtroppo contribuito a liquidare come sede di discussione e di decisione politica. Ma ora il tempo del soffocamento della democrazia interna e dell’’unanimismo è finito. E il Pd non ha alternativa al confronto in campo aperto. “
FRANCESCHINI, PRODI NON E’ UN’ICONA E IL PD HA TRADITO L’ULIVO
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Commenti (1) L’intervista di Franceschini a Repubblica non convince, anche se fa piacere che Franceschini dica che il Pd è la continuazione dell’Ulivo. Sono i fatti che dicono però cose diverse, a partire dall’abbandono da parte del Pd veltroniano dell’impostazione maggioritaria e coalizionale dell’Ulivo. Dalla scelta proporzionalista e solitaria del Pd, nasce il suo spleen identitario e il suo minoritarismo. Anche io penso che il Pd dovrebbe essere un partito coalizionale e non un partito identitario, ma il Pd scelse la strada opposta quando Veltroni – era la metà di novembre del 2007, un paio di settimane dopo l’accordo di “separazione consensuale” con Bertinotti – annunciò che il Pd si sarebbe battuto per una proporzionale che permettesse ad ogni partito di andare al voto da solo. Questa scelta di “discontinuità e di rottura”, che Franceschini riconosce e rivendica, fu tale non soltanto rispetto alla coalizione ma anche rispetto al progetto storico dell’Ulivo ed al governo Prodi allora in carica. Franceschini chiama in causa tutti i ministri del Pd di allora. Attendo con curiosità le loro reazioni. Quanto alle divisioni che oggi travagliano il Pd, Franceschini non dovrebbe meravigliarsi che esse non vengano considerate fisiologia e ricchezza. Le differenze non possono infatti essere considerate normali in un partito che ha fatto di tutto per soffocare il confronto politico al momento della nascita, con primarie gestite da una cultura “unitarista” e da regole plebiscitarie. Nè possono essere considerate normali in un partito che ha spento la democrazia interna trasferendo a una direzione, nominata dai capicorrente, i poteri dei 2800 delegati dell’Assemblea costituente eletti da 3,5 milioni di cittadini. Vorrei, quindi, dire a Franceschini che un partito coalizionale che, a partire dall’Ulivo, unisca tutti coloro che sono interessati a farne parte, non è garantito da una mera percentuale di voti (fosse anche quella di un terzo di elettori, a cui mancherebbe pur sempre molto per fare la maggioranza) ma può scaturire solo da un’apertura a vera a chiunque vi si riconosca e da una scelta politica conseguente per il maggioritario e per l’uninominale. Quanto a Prodi e a Veltroni, io mi asterrei dal conferire patenti di generosità e di disinteresse. Mi limiterei piuttosto a prendere atto che la linea del Pd di Veltroni, che Franceschini ha attivamente sostenuto e sostiene, prevedeva nei fatti l’accantonamento di Prodi e del suo progetto coalizionale in nome di una “discontinuità” che al Pd non ha giovato, non fosse altro che per il fatto di essere apparsa come “diserzione” dalle fatiche del governo e dall’impegno di tenere unita la coalizione. Cambiare si può, ma bisogna ammettere gli errori e trarne le conseguenze. Non basta ricorrere alle icone.
Bindi, Pd compimento Ulivo? Bene, ma non può farlo Veltroni che ha sfasciato tutto
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Ho letto con interesse l’intervista di Rosy Bindi al Corriere Della Sera di oggi. Siamo d’accordo con molte cose che dice, a partire dal richiamo
all’unità dei lavoratori e dei sindacati e dal rifiuto di un accordo con Berlusconi per vietare le intercettazioni. Aggiungerei un “no” al
federalismo fiscale di Calderoli, scatola vuota e che non poggia su salde fondamenti istituzionali unitarie.
Sui giudizi relativi al PD e come starci non sempre le mie opinioni concordano con quelle della Bindi. Innanzitutto dissento dalla sua
scelta di “incidere” sulle scelte del partito accettando come luogo decisionale (o indecisionale) effettivi i caminetti dei capi corrente
a prezzo di una contestuale rinuncia a promuovere una dialettica libera e democratica nell’unico organo di partito democraticamente
eletto: l’assemblea costituente.
La Bindi, che coraggiosamente sfidò Veltroni nelle primarie, avrebbe potuto farlo sulla scia della sfida a Veltroni nelle primarie plebiscito da lei stessa denunciate, e invece non lo fece preferendo una direzione composta per quota correntizie e nominate il 20 giungo da un’assemblea composta solo da un quinto dei delegati eletti. Con quale risultato deludente lo vediamo anche oggi. Per questo penso che la Bindi dia un giudizio profondamente sbagliato su Parisi che, insieme agli ulivisti, ha condotto e conduce una limpida battaglia per la democrazia nel partito e per un partito ulivista guidato in modo trasparente da organi democraticamente eletti e non da “caminetti” in cui si viene “chiamati”.
Concordo invece con Rosy Bindi sull’idea che il PD dovrebbe essere “il compimento dell’Ulivo” ma subito dopo mi interrogo su che cosa la
Bindi intenda come “compimento” e certamente dissento dal giudizio su Veltroni che definisce tutt’ora “l’interprete più autentico del progetto originario”. Ora io penso che Veltroni, sin dal primo passo, sin dal Lingotto, si congedò dall’Ulivo e da Prodi in nome della discontinuità e della “vocazione maggioritaria” da perseguire con un sistema elettorale ma-anchista, cioè proporzionale-disproporzionale.
Rosy Bindi sembra riconoscerlo quando dice “in 24 ore abbiamo scelto di mettere fine all’unione” (non so però chi sia il “Noi”) e mette in
guardia da nuovi colpi di ingegno del genere, ma da quel dato non ricava nessuna conseguenza politica. Eppure è proprio lì, in quella
linea politica e nel modo in cui è stata praticata che ha origine la disfatta di aprile e il verticismo oligarchico che si è impossessato
del partito.
Penso che Rosy Bindi, e lo dico senza spirito polemico, non abbia colto la gravità della sconfitta e l’effetto controproducente del richiamo unitarista. Credo che le dimissioni di Veltroni ed un congresso vero anche con divisioni e discussioni aspre avrebbero aiutato il Pd ha trovare un’unità vera, la sintesi di cui parla Rosy Bindi, che è cosa ben diversa dalla consociazione unitarista dei leader.
Per questo continuo a dire che Veltroni dovrebbe dimettersi, perché questa è la condizione necessaria per la svolta profonda ed autocritica di cui il Pd ha bisogno e perché non ci sono uomini per tutte le stagioni.
Infine tornando al concetto del “PD come compimento dell’Ulivo” per me quel Pd è il partito coalizionale del centro sinistra, in un sistema
bipolare maggioritario. Se non operiamo per questo, se non ci intendiamo su questo, il contrasto alla linea che la Bindi chiama il ”Pd di sinistra” e, complementarmente un’alleanza con l’UDC, sarà inefficace e meramente declamatorio. Perché quella linea che non è mai stata discussa e non è mai stata scartata, una sua coerenza ce l’ha e infatti lavora per la costruzione di partiti identitari collocati in un sistema proporzionale in cui ciascun partito fa per sé. Il contrario, dunque, del Pd compimento dell’Ulivo.’